La bellezza della fragilità

Quello che ci hanno insegnato è che essere forti è l’unica soluzione. Che questa vita va presa di petto, sempre, altrimenti quello che succede è che ti fai vivere. Come se il passivo di un verbo automaticamente ne sminuisse la forza persuasiva e intrinseca del contenuto. Quello che non ci hanno detto, però, è che solo in un cammino costellato di infinite cadute e ascese ed errori ed emozioni piccole e grandi ed esclusivamente soggettive si nasconde il cemento che tiene insieme i frammenti di quello che siamo. Siamo esseri che facciamo acqua da tutte le parti, tenuti insieme dalla nostra forza, a quanto pare, che non è altro che il compendio di tante piccole, meschine, insignificanti e vergognose fragilità. Senza che gli aggettivi che uso abbiano per forza una connotazione esclusivamente negativa, è così che per la maggior parte del tempo ci sentiamo: piccoli, meschini, insignificanti e vergognosi. Fragili.

Vorrei davvero imputare colpe ed errori ad una società che premia gli individui instancabili ed emotivamente solidi, che non ci permette di scoprire e di scoprirci, che ancora segna a dito ogni minima  debolezza in quanto tale. Ma le debolezze sono prima di tutto umane, come siamo umani noi. E questa spersonalizzazione dell’emotività non è accettabile per troppi motivi, uno su tutti che si finisce, poi, a spersonalizzare anche se stessi. Guardateci: nell’ambiente di lavoro, in mezzo alla gente, nei noiosi pranzi  di famiglia. Guardatele le coppie finite, i bambini stanchi, i padri che a volte vorrebbero solo piangere e non lo fanno.

Fragili, non abbiamo un posto nel mondo.

Ma se per un attimo ci fermassimo a considerare che tutto ciò che ci fa tremare è solo l’inizio di qualcosa di diverso, di una catarsi piccola e personale per ognuno, forse allora anche tutte le emozioni positive potrebbero essere considerate fragili senza che a nessuno venga in mente di darne, per forza, una connotazione negativa.

Perché quando amo qualcuno con tutta me stessa sono un bicchiere di cristallo sul bordo affilato di un tavolo, e potrei rompermi se soltanto il vento cambiasse appena.

E va bene così.

Perché spesso ci sentiamo infinitamente piccoli per una vita che si contrae e si espande ad una velocità che è troppo grande persino per essere immaginata. E invece la immaginiamo e ne siamo sopraffatti. Perché a noi donne hanno prima insegnato a camminare tre passi indietro- che tanto presto o tardi arriverà qualcuno a salvarci- e poi, improvvisamente, ci hanno inculcato l’idea che essere fragili non è consentito, non  più, nemmeno per quante di noi, alla fine, hanno smesso di attendere.

Amo le fragilità per questo: perché sono umane. Perché sono piccole e dense di significato. Perché sussurrano o gridano e quello che dicono è: non ce la faccio. Non ce la faccio a portare aventi questa storia, non ce la faccio a non essere felice, non ce la faccio a contenere tutto questo amore perché ci sono giorni in cui mi sento sopraffatta dalla mia stessa forza vitale. Non ce la faccio ad amarti se ti amo solo io. Non ce la faccio più a dover dimostrare tutti i giorni quanto valgo. Ma spesso dicono cose più meschine e vergognose: non ce la faccio a lavare i  piatti perché ho lavorato per dieci ore e mi sono occupata di un sacco di piccole, meschine e vergognose faccende quotidiane, per nulla attraenti e dense di significato. Non ce la faccio ad andare in palestra perché sembrano tutte uscite da un catalogo di American Appareal. Non ce la faccio a dire: ti voglio bene ma ti sei comportato come uno stronzo. Perché siamo così convinti della perentorietà e dall’immutabilità delle nostre azioni da lasciare che ci definiscano. Perché abbiamo così paura di essere lasciati soli che crediamo fortemente che solo quando saremo indistruttibili e indipendenti e completamente centrati nelle nostre piccole esistenze saremo amati.

È il motivo per cui ci raccontiamo che questo non è ancora il momento. Ci dimentichiamo però, che è grazie a infinitesimali, meschine, discutibili e orribili fragilità che andiamo avanti, che ci sentiamo tenuti insieme, che facciamo fatica e superiamo la fatica. Che non possiamo tessere relazioni autentiche se non quando abbiamo davvero la percezione delle altrui fragilità. Quando riusciamo a sentirle nostre, perché  universali e molto poco soggettive.

Condivisibili e condivise.

Umane.

Fino a che vorremo

Ho fatto chiarezza, stamattina, sul fondo della tazza di caffè. Ci ho trovato l’impronta dei tuoi sguardi, che non mi lasciano mai. È come dici tu: so quando mi guardi, anche se sono voltato da un’altra parte.

Tutte le volte?

La maggior parte.

So descrivere il vuoto così bene che quando scompare scompaio con lui. Non siamo mai pronti per le cose colme, il pieno è un territorio sconosciuto ai malinconici. Ho così piene le mani di quello che sei, e la testa, ed il cuore che il vuoto diventa materia imperfetta per tre quarti del nostro tempo.

Un quarto lo tengo per me.

Quel quarto lo dedico a te.

Io che non credo al destino non lo so se ti amerò per sempre. Non te lo prometto, all’ombra di questa linea spezzata di pieni e di vuoti. Nessuno di noi lo conosce ma chiunque ne parla, con l’arroganza ottusa degli speciali e dei diversi. I prediletti dal dio del per sempre, in genere, si schiantano tristi contro i lampioni a bordo strada della verità.

Io non ti giuro amore eterno. Non sono più fatta per le illusioni facili, per i sogni infranti, per gli specchi che non rendono indietro che immagini distorte. Io sono fatta dell’imperfezione della contingenza, di rincorse a perdifiato e del respiro attutito della tregua. È breve, come la consapevolezza delle vite congiunte, e per questo è mia.

Io sono fatta di geometrie e angoli, in cui nascondere il riflesso di tutte le  vite che ho vissuto. Io sono mia e di nessuno in particolare, sono tua e tua rimango, fino a che vorremo. Perché è questa la sottile differenza tra gli eletti e i prediletti, tra il sapere e lo sperare. Io sono tua finché l’abitudine vivrà fuori da quella porta, finché il lento declino di giorni tutti uguali riusciremo ad evitare. Tu sarai mio fino al giorno in cui continuerò a ridere delle tue domande irriverenti, fino a che il nostro letto sarà il teatro dell’assurdo di quei prediletti che si credono eletti. Le nostre risate contro le loro certezze.

Indovina chi sgretolerà cosa?

È per questo che non posso prometterti nessun per sempre. Che non spero. Che desidero e non ti illudo. Che vivo di un attimo alla volta, nella disperazione feroce della felicità. È breve, come la durata del sonno di chi ama, e per questo è mia, ma soprattutto nostra. Perché quando esci da una stanza io mi sento venir meno e ricordo perfettamente ogni tua parola, come hai mosso un braccio e quale angolo ha formato la curva della tua schiena. Perché quando non ci sei è il mio quarto, e io lo dedico col pensiero a te. È breve e so che tu fai lo stesso, e per questo mi sveglio tutte le mattine sul ciglio di una nuova intersezione delle nostre strade. Moltiplicare per dividere, aggiungere per sottrarre. È una matematica che conosciamo soltanto noi, manchevole del concetto di infinito. È geometria delle imperfezioni, destinata a vivere della nostra presenza.

Io non sono fatta per guidare o per seguire, ho bisogno di correre e di farlo senza un ruolo, di farmi venire il fiatone e poi ridere, fino a farmi esplodere i polmoni. Io non so se l’eternità si trova nei frammenti, nelle schegge, nella totale disattenzione dal reale. Non so se la spontaneità ci salverà, se questa libertà ha comunque un’etichetta, da qualche parte, che ancora non vediamo. So che bastarsi e bastare all’altro è un’utopia e le utopie sono ideali senza forma e spazio in cui esser circoscritte. So che io e te siamo reali, e anche se tutto mi appare sfocato, sullo sfondo di qualunque paesaggio tu ti inserisca, io so che ci sei e ci siamo.

Fino a che vorremo e fino a che vorrai,  il mio quarto – col pensiero-  lo dedico a te.

Il silenzio è un vuoto pieno

Un contenitore di cristallo che tiene insieme momenti che non hanno paura di scivolare via. Perché le parole sono di tutti, e le idee di pochi, e non ci sono battaglie vinte, a parole, che possano competere con la struggente bellezza della spontaneità del silenzio.

I corpi, invece, loro non tacciono mai. Vibrano, come diapason impazziti, anche a riposo, scomposti dal sonno. Cosa dice il silenzio del mio corpo? Vorrei guardarmi da fuori, ogni tanto, per carpire la mia immagine da dentro i tuoi occhi, che invece, non tacciono mai. Vorrei toccarmi con le tue mani, almeno una volta, per riempire questo vuoto di sensi che sento solo io. L’incompletezza dell’essere riempita dal vuoto dei nostri silenzi, per il quale nessuna parola sarebbe abbastanza.

Gli attimi condivisi diventano sinestesie improvvise: le pareti di una stanza fanno rumore, se tacciamo per un tempo abbastanza lungo. I contorni delle cose non svaniscono, assumono consistenze penetranti, fili d’acciaio nel burro. Io penso a colori il più delle volte e poi devo desaturare quello che dico, per farcelo stare nel mondo, perché la voce sincopata dei miei pensieri si abbini con quello che c’è fuori.

Ma nel silenzio, vedi, tutto questo non esiste. Esistono solo frammenti disossati di tempo e spazio, vuoto-pieno-vuoto, che nessuno sente la necessità di riempire, che a nessuno verrebbe in mente di violare. È una libertà concessa a pochi, allo stremo delle forze. Il vuoto pneumatico di una concentrazione di intenzioni.  Non ci sono bisogni, né sacrifici, e nemmeno dolore. C’è soltanto la sensazione che tutto sia, finalmente, nel posto in cui debba stare. La meraviglia di stelle su un soffitto, il sapore sotto la lingua di tutti gli oceani del mondo.

Quando non c’è niente da dire. Quando il rumore di fondo è tutto quello che si possa desiderare. Quando niente basta e avanza e perciò tutto avanza.

E basta.

Lo squarcio di un sorriso diventa universo. La polvere che entra da una finestra è mondo in miniatura. Senza rumore.

Ho imparato dal silenzio l’egoismo della sopravvivenza. Il concedermi sempre qualcosa che non possa essere spiegato. Murarmi viva nella mia stessa carne per sconfinare poi nello splendore conflagrato della solitudine. Ho imparato dal silenzio l’empatia per le persone. I loro ecosistemi di segni e verbi, le loro mancanze manifeste, i vuoti assordanti nelle trame delle loro azioni. Riempire-svuotare-riempire. Il finire per non esserci affatto, essendo troppo occupati nel processo. Accendi la radio, la tv, parla, comunica, sovrasta qualcuno con un suono più forte. Grida ancora una volta, alzati in piedi. Dove non  arriva il rumore, che arrivi la materia, quello che sei, l’altezza dalla tua testa ai tuoi piedi.

Guarda il tuo pugno serrato quando hai finito.

Aprilo.

Scopri che quello che stai stringendo è il vuoto.

Perciò, quando trovi qualcuno che non ha necessità di riempire tutto, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca e condividere il silenzio in santa pace– per dirla con Mia Wallace- non farlo andare via.

L’assenza di suoni- per me- è il mastice delle esistenze affini.

Forse solo il silenzio esiste davvero. (José Saramago)

Il destino delle lenzuola

Il destino delle lenzuola è uno e multiplo di se stesso: aggrovigliarsi ai corpi come solo i ricordi sanno fare. Amarti fino al mattino e poi abbandonarti, amarti ancora e poi lasciarti, ma solo fino alla prossima notte di cui non si potrà fare a meno.

Il mio destino è racchiuso nel cerchio perfetto delle tue mani che non mi lasciano scampo. Mai. Cado lentamente dentro il tuo letto solo per  farmi strangolare -ancora- da una morte dolcissima e sensuale, da un rumore di lenzuola scivolate a terra. Il respiro artificiale delle nostre notti, delle mie albe e di tutto ciò che può contenere il tempo, in mezzo.

Perché poi è tutto lì, bloccato nella ferocia implacabile di pelle incollata su pelle, di cuscini scaraventati negli angoli, di stanze della mia mente che non ti lasciano andare via. Il mio destino è uno soltanto, antitetico e antipodico a quello delle tue lenzuola, perché io non mollo la  stretta del tuo pensiero mai. Perché io non riesco ad amarti fino al mattino soltanto e poi come niente fosse lasciarti sgusciare verso il giorno che avanza. Perché io non peso niente, come dici tu, che misuri il mondo in grandezze per me sconosciute. L’impronta che lascio è poca, fuori, rispetto al marchio a fuoco vivo che ho impresso dentro.

I nostri viaggi sono fatti di arrivi e fermate su superfici orizzontali, di occhi chiusi e bocche spalancate, di ore di luce e buio che si confondono come in un acquario. Le nostre mete hanno vita effimera e il sapore dell’eterno, sanno di sudore condensato e lacrime.  Posso aprire una fessura tra le palpebre e intuire i contorni delle tue lenzuola, sempre. Come se mi osservassero, sfinite  e inutili. Se avessi la forza le strapperei e ti ci benderei, per renderti sfinito e inutile,  ma non è quello il loro destino. In un mondo perfetto si arrampicherebbero sul mio corpo come edera, comprimendo i miei punti vitali per continuare a vivere. In un mondo  estremamente perfetto avrei radici rampicanti come loro, in grado di sopravvivere a qualsiasi tempesta.

Ma il mondo visto attraverso le tue lenzuola è perfetto in sé e per questo tu di notte mi stringi come se niente importasse di più e allora io mi trasformo nel muro su cui ti aggrappi, mentre i sogni ti si accalcano in testa, dietro il buio dei tuoi occhi chiusi. Me li racconterai in una frase al mattino -la mia favola del buongiorno- mentre sguscio via,

implacabile,

verso il giorno che avanza.

E invece io

C’erano molte cose che avrei potuto fare e molti modi in cui avrei potuto sentirmi. Avrei potuto piangere, e molto. Forse, in casi come questi, bisognerebbe piangere. Sui propri fallimenti, sulle proprie paure, sui sogni infranti che scivolano via come cocci di vetro scagliati lontano. Riverberano al sole e moltiplicano riflessi iridescenti, ma ormai non ci sono più io a potermene accorgere.

Non c’è più nulla di tuo in questa casa. I condizionali che usi li ho ingoiati a colazione. Fuori sembrava dovesse piovere sulle nostre disgrazie banali e invece no, mentre il giorno si trasformava nel conato di una tristezza non più tale.  L’arte di farsi trapassare la carne la conosco molto bene, me l’hai insegnata tu, che non avevi paura degli aghi ma nascondevi i piercing a tuo padre.

L’arte di farmi a pezzi, invece, te l’ho insegnata io, un po’ alla volta ma senza dartene controllo. Una Sylvia Plath un po’ più triste e meno ispirata si aggirava negli androni deserti della tua vita, trapassata dalle azioni e dagli  sguardi. Vetro.

C’erano molti modi in cui uno poteva sentirsi, nel simulacro imbruttito di quella che era stata una casa, camminando a piedi scalzi tra i ricordi, il dolore, la gioia e il sollievo, mentre il giorno non ne voleva sapere di finire. Avrei dovuto essere arrabbiata, straziata, ferita, triste o qualcos’altro, che adesso però, non ho parole per spiegare.

E invece io

quella sera

mi sono messa a ballare

nelle stanze vuote.