piccole cose#6

– “Tu lo sai dov’è via Giordano Bruno? È da queste parti?”

– “No, è un po’ lontano. Perché ci devi andare?

– “C’è una che mi piace e la voglio vedere”.

– “È quella che ti fa i regali a scuola?”

– “Ma và. Quella a cui piaci e quella che ti piace non sono mai la stessa. E non fare la faccia di quella che non lo sa”.

Perfenoia

Non è che bisogna esser perfetti, sempre. Non bisognerebbe nemmeno pensarci, ad una cosa così. Perché la perfezione se non altro è noiosa e io la noia me la mangio a colazione, al mattino, insieme al caffè.

Perciò niente noia, niente perfezione, niente buonismo e andare.

Mi sveglio veramente solo quando mi scontro col vento in faccia, che nelle ultime mattine ringrazio e benedico. Non sono mattine facili, per me, per quelli come me, per l’Italia, per gli studenti, per gli scrittori, per i pittori, per i ricercatori, per le madri, per i padri che ormai si giustificano solo più, per i no tav, per i black block, per i celerini costretti a spararsi la domenica a vigilare sulla rabbia che prima o poi esplode, per quelli che non sono ancora rientrati da ieri sera, per la coda che c’è al Sert,  per i bambini che possono ancora permettersi l’infanzia. Immagina per quelli che no.

E niente di tutto questo è perfetto, e perciò iniziamo bene.

Le giornate iniziano come maratone per troppi,  come gabbie costruite ad hoc. Io non mi includo ma forse dovrei, mi escludo e probabilmente non dovrei. Però prendo gli autobus e i tram e questo è bene. Mi fa sentire a posto con la coscienza e posso sorridere di coloro che smadonnano per un parcheggio. Ho imparato a sfruttare i minuti di limbo che scandiscono i viaggi e sono sempre molto assorta. Faccio amicizia con gli autisti. Bisogna ascoltarli ogni tanto, secondo me. A parte le dritte che ti danno, bisogna assolverli. Assolverli. E poi hanno sempre una scusa, un alibi. Pazzesco. Quando mi annoio troppo e mi sento pericolosamente vicino ad una perfezione che non potrei sostenere a lungo, pongo accorate rimostranze. E avete saltato una corsa, e non è possibile, e mi dica, come lo giustifica lei uno sciopero di questa portata, lei che mi deve garantire il servizio, e una fermata o ventitré che costano uguali, e, e, e.

Mi calo in una parte teatrale che diventa reale. Sono un lavandino che ingoia le loro espressioni imbarazzate, il loro aplomb azzurro camicia d’ordinanza,  le vagonate di parole che studiano a memoria al mattino mentre si radono con un occhio ancora chiuso prima di iniziare la corsa numero uno freschi di dopobarba, quelle risposte da manuale che sono tenuti a dare nel nome dell’Azienda Municipale dei Trasporti. Che suona un po’ Mega Direttore Galattico di fantozziana memoria ,ma pazienza. Io li ascolto e a volte sbuffo perché poi mi prende la mano e non posso incoerentemente tornare indietro. Sono tentata tutte le volte di dire: “Ma lei, ma tu, cosa pensi davvero? Cioè, come fai a vivere con in bocca parole di scusa politically correct che non sono tue?” ma desisto. Il massimo che ho fatto è stato dire a uno, uno un po’ più giovane della media degli autisti (che hanno tutti tra i trentadue e i quarantotto anni. Se non è pazzesco questo.): “Ma tu, in una situazione così, non ti incazzeresti?”

Lui mi ha guardato, un lievissimo bagliore di sorriso, laterale. Un sorrisino laterale d’ordinanza, quasi azzurro come la camicia. Lo capivi che voleva risponderti, ma alla fine ha allargato le braccia in un gesto liturgico così sentito che son stata lì lì per commuovermi. Come a dire: mi dispiace. Ed era un mi dispiace molto distante da quel Ci Scusiamo Per Il Disagio affisso alle fermate. Il suo mi dispiace non si annoiava più. Aveva fatto un passo fuori dalla perfezione.

E mentre andavo in ritardo dove dovevo andare l’ho immaginato a sera, quando torna nel suo appartamento di periferia assassina in un condominio alveare,mentre sale le scale e si allenta la cravatta e poi scende giù al baruccio a farsi una birra. Incontra qualche amico, pensa allo sciopero, pensa che non ha più voglia di guidare il tram. Di dare risposte preconfezionate. E vorrei esserci io lì, a bere una birra con lui e dirgli Guarda Che Puoi.

Solo che lui mi sorriderebbe ,affranto questa volta, e già di nuovo annoiato e perciò perfetto, inconsapevolmente coerente col suo ruolo.

Per forza, lo assolvo.

Li assolvo tutti.

Non mi resta che trastullarmi con la perfenoia , e per oggi va bene così.

 

mieleveleno

E’ uno che non capisce. Uno che se gli dici che sei stato quattro ore a cercare una parola, quella parola, in mezzo a una frase, ti guarda con la compassione stupita del cane che stuzzica un insetto.

Si siede sul divano, si toglie le scarpe. Ha quella concentrazione ottusa impossibile da nascondere. E’ sempre concentrato su qualcosa di materiale, di verificabile. Ha questo universo limitato al parossismo, è fastidioso, anche. Ciò che rientra nel suo personale teatrino empirico è il bene, il giusto, l’etico. Non allarga i confini, mai.

Si alza stanco, l’impronta di sé ha la pressione effimera del poco, del lieve. Scompare in cucina, torna. L’orma che ha lasciato per un istante sul divano è poco più che un ricordo.

Mi fa male.

E’ come se ogni cosa avesse la stessa blanda pressione dentro di lui.  Niente rimane, niente si aggrappa. Nemmeno io, che ho cambiato parte e copione dozzine di volte, riesco a rimanere presente. Sono una traccia sbagliata, una rivisitazione della situazione, l’insoddisfazione eterna di percepirmi distante.

Mi guarda.

Si fissa su un segno del pavimento. Qualcosa è caduto, nella vita precedente di questa casa, e gli ha consegnato il karma della piastrella che adesso sezionerà. Si arrabbia e maledice l’incuria di un prossimo che non conosce, che immagina. Lo squalifica a parole, mute, i pensieri gli parlano in faccia. La piastrella è il suo prototipo di interlocutore, tanto niente rimane. Lo osservo imbestialirsi in silenzio, nell’impotenza di non poter evitare il tempo. Se ne accorge, distolgo lo sguardo. Il suo piccolo universo finito ha i contorni 20×20 di un marmo di cui di sicuro conosce il nome. So che potrebbero passare ore prima che si decida a fare qualcosa, prima che il pensiero diventi azione, una qualunque.

Questo mi da la possibilità intanto, di continuare a fare quello che devo, o che voglio.  La sua indecisione mi regala quotidiani momenti accessori, tempi supplementari dell’ordinario. Mentre aspetto che faccia qualcosa ho  modo di organizzare il lavoro di domani, di farmi un bagno, di leggere capitoli di libri. E’ ancora lì. Chinato sul pavimento in attesa dell’idea geniale che sopperisca al contingente piccolo fastidio quotidiano.

Ogni cosa è intrappolata. Siamo invischiati in un nulla materico. Colla come sentimenti. Carta moschicida che cola nelle nostre giornate bianche.

“Secondo te cosa devo fare?”

Mi verrebbe da rispondergli “davvero me lo chiedi?” oppure “in generale della tua vita o per questa piastrella?” o ancora “ma fino ad ora cosa hai fatto?”. Invece alzo la testa dalla tastiera del computer, lo guardo amorevolmente perché alla fine mi piace, mi piace ancora tanto, e vedo i lampi di quello che era, la meraviglia e lo sgomento che mi hanno svegliato e lo strascico di ciò che malgrado tutto si porta appresso come un peso. Vedo ancora tutto questo e molto altro, come una mosca incollata che si ostina a non arrendersi. Mieleveleno.

“Forse non puoi fare niente”. So di irritarlo, ma è più forte di me. So di toccare la  corda dell’impotenza, so che ormai questa cazzo di piastrella è una crociata, e si risolverà solo con morti e feriti. So che possiamo litigare fino ad insultarci se calco appena la mano e so che tenta di non apparire infastidito. Misura i respiri, i battiti cardiaci. Le parole non gli escono, sbuffa lievissimamente.

“Vabbè” mi dice.

E vorrebbe strozzarmi.

Nel suo piccolo finito circoscritto e ragionato universo io sono il Male.

piccole cose#4

essere consapevoli dell’esistenza di buchi spazio-temporali dove va a finire tutto ciò che perdiamo.

Essere consapevoli che questo è solo un altro alibi per nascondere il fatto che perdo tutto quel che perdo.

Incontrare qualcuno che ascolta interessato la teoria dei buchi spazio-temporali e non ti prende per alienato ma fa finta di crederti con una recitazione degna di Hollywood.

Il fatto che qualche volta, nella mia testa, gli faccio anche un applauso.

a me pareva di sì

Poi sono in coda in un ufficio qualsiasi per un paio d’ore. C’è una ragazza talmente bella e gentile che in circa un minuto e quaranta secondi progetto di lasciare tutto e scappare con lei e i suoi capelli neri e lunghissimi. Sta seduta a un paio di sedie di distanza e non mi ha guardato nemmeno una volta, perciò è bella e gentile e distante come chi è davvero consapevole della propria bellezza e distanza può essere. Non ha un libro, non legge, non ha gli occhiali da sole o le cuffie o nessun genere di mezzo artificiale per isolarsi dalla contingenza del momento, non si guarda i piedi, o le mani, non scrive sms al cellulare. Non li cancella neanche, tanto per impegnare l’attesa. Non si alza, non sbuffa, non va a fumare, di sicuro non fuma nemmeno. Sta lì, ma non con lo sguardo perso nel vuoto della noia o della preoccupazione o dell’errare in pensieri profondi. Sta semplicemente lì, bellissima e distante come se tutto intorno non esistesse. Queste sedie scomode di plastica dozzinale, questi muri ritinti ma vecchi- lo immagini l’intonaco lì sotto, malandato da cadere a pezzi da un momento all’altro-, questa gente impegnata a fare ognuno una delle cose sopracitate, questo bip snervante e fastidioso che decide di chi è il turno e di chi no.

Ogni tanto accenna ad un lievissimo sorriso di compiacimento, e basta. Ma è lievissimo e non se ne accorge nessuno. Ad ogni modo, sono passati due minuti e scappare insieme mi sembra ormai inevitabile, sogno una vita con lei seduta sul nostro divano bianco a stare in silenzio, o meglio con lei che sta lì bellissima e lontana in una serenità trascendente e io che non smetto di meravigliarmi nemmeno un secondo che tutto questo possa accadere e bastarmi. Tempo fa, quando ancora ero in lotta con me e me e quell’altra parte di me, ho faticato e passato anni per capire e sperimentare questa cosa un po’ buonista e un po’ new age del Bastarsi. Sì, il bastare solo a se stessi e tutta quella storia che se prima non sei in pace con te stesso non puoi star bene con gli altri e che devi trovare il tuo equilibrio ed essere Equilibrato altrimenti nessuno lo farà per te e questo mondo sarà sempre troppo scomodo, e quella storia di metter da parte la rabbia altrimenti non puoi vedere OBIETTIVAMENTE la realtà perché tutto inesorabilmente ti apparirà filtrato e perciò inquinato e non riuscirai a progredire nel tuo personale cammino alla ricerca dell’ Equilibrio. Poi ho scoperto che Equilibrio poteva esser preso a sinonimo di Serenità, Felicità, addirittura Amore. Amore mi ha scioccato, devo dire, per come io concepisco l’amore è tutto tranne che equilibrio e serenità; felicità, quella sì, a sprazzi e dosi come un tossico, o con lunghi digiuni e lunghissime abbuffate come un bulimico:  l’avevo già sperimentata e nonostante lo scempio e lo strazio  e tutte le conseguenze di morti e feriti che ogni amore che si rispetti porta con sé, posso ancora affermare con certezza che la felicità esiste. Abbandonata da tempo l’utopia da Piccolo Principe e dell’essenziale che è invisibile agli occhi- come invisibile? Visibili, visibilissime devono essere le cose, le grandi e le piccole, altrimenti la felicità non funziona; di invisibile che funzioni conosco solo il wi-fi,  l’elettricità, e la musica (ma solo se la ascolto con lo stereo o l’autoradio, se vado ad un concerto no, perché allora vedo i musicisti e i loro strumenti e il cantante, la bocca da dove esce quella voce, quelle mani che suonano e perciò vedo lo sforzo e il lavoro che c’è dietro e mi risulta parecchio difficile pensare ancora che la musica sia invisibile quando ho davanti quattro persone che si agitano e si sbattono per tre ore)- staziono quindi in un limbo grigiastro di piombo liquido , la mia personalissima gabbia con la porta aperta- un’ala dentro, la testa fuori- quello che mi ci vuole per sentirmi protetta e in pericolo.

Non è questo il sunto dell’amore? Sentirsi schiavi e padroni e in pericolo costante da chi minaccia di salvarti? No?

A me pareva di sì.

dieci

Come quelle lettere che hai scritto di notte, una per ogni notte, e al mattino hai ritrovato appallottolate nel cestino. 
Come le ore che vorresti dormire. 
E non puoi. 
Dieci film che ti si sono incollati addosso, e vaglielo a spiegare, alla gente, perchè non se ne andranno più. 
Dieci volte che avresti voluto solo ridere. 
E invece. 
Dieci. 
Quelli che servono perchè nascondino riesca bene. 
Se lo guardi da dietro, quel dieci non è che un numero su una maglia spiegazzata dal vento; se la guardi davanti , è una linguaccia che vuol dire vaffanculo. 
Dieci minuti e arrivo. 
Dieci giorni che a volte bastano, a farti pensare :”Io indietro non ci torno più”. 
Dieci porte sbattute in faccia. La maggior parte sbagliate. 
Dieci. 
Come una canzone ripetuta, per capirla veramente. 
Come le dita delle tue mani,tatuate di impronte e memoria. Se le vedo ormai solo io, che differenza fa? 
Come i miei ritardi e i miei i anticipi, che non sommandosi nè sottraendosi mi regalano l’apparenza che tutto sia perfettamente in equlibrio. 
Dieci notti d’ospedale. (Erano dieci?) 
Dieci canzoni che quando sono triste, ci manca solo più la pioggia, ed è fatta. 
Dieci mattine che ho aperto gli occhi e ho detto :”Sono viva”. 
Dieci. 
Come i pennelli che tiro fuori tutte le volte, sapendo già che tanto nè userò al massimo tre. 
Come i libri che ho letto almeno cinque volte.Ti si incastrano dentro, ed è un casino. 
Come il voto che tutti dovrebbero dare ai bambini. 
Come quello che davi, quando bambino lo eri tu, a chi ti chiedeva quanto bene volevi a tuo padre. 
Dieci posti che conservo gelosa nel cuore. 
Almeno altrettanti che ho paura di vedere, nel timore che mi si incollino addosso. 
Vaglielo poi a spiegare, alla gente, perchè certe cose poi ,non se vanno più. 
Dieci cose che se solo non avessi avuto coraggio abbastanza, non potrei chiamare ricordi. 
Dieci punti che non ho più sulla patente. 
Dieci punti di sutura, stamattina. 
Dieci. 
Come le volte che non son riuscita a comprendere ,davvero, il perchè. 
Come le volte che correndo disperata mi sono sentita finalmente io. 
Come quelle foto che riguardi solo se nessuno ti vede. 
Dieci passi ed è finita. 
Dieci ore e sarai qui. 
Dieci anni e poi? 

Mi piace pensare che se lo guardi da dietro, non è che un numero su una maglia spiegazzata dal vento. Mi piace pensare che se lo guardi davanti, è una lingua che infange il mondo, 
e dice vaffanculo.