a me pareva di sì

Poi sono in coda in un ufficio qualsiasi per un paio d’ore. C’è una ragazza talmente bella e gentile che in circa un minuto e quaranta secondi progetto di lasciare tutto e scappare con lei e i suoi capelli neri e lunghissimi. Sta seduta a un paio di sedie di distanza e non mi ha guardato nemmeno una volta, perciò è bella e gentile e distante come chi è davvero consapevole della propria bellezza e distanza può essere. Non ha un libro, non legge, non ha gli occhiali da sole o le cuffie o nessun genere di mezzo artificiale per isolarsi dalla contingenza del momento, non si guarda i piedi, o le mani, non scrive sms al cellulare. Non li cancella neanche, tanto per impegnare l’attesa. Non si alza, non sbuffa, non va a fumare, di sicuro non fuma nemmeno. Sta lì, ma non con lo sguardo perso nel vuoto della noia o della preoccupazione o dell’errare in pensieri profondi. Sta semplicemente lì, bellissima e distante come se tutto intorno non esistesse. Queste sedie scomode di plastica dozzinale, questi muri ritinti ma vecchi- lo immagini l’intonaco lì sotto, malandato da cadere a pezzi da un momento all’altro-, questa gente impegnata a fare ognuno una delle cose sopracitate, questo bip snervante e fastidioso che decide di chi è il turno e di chi no.

Ogni tanto accenna ad un lievissimo sorriso di compiacimento, e basta. Ma è lievissimo e non se ne accorge nessuno. Ad ogni modo, sono passati due minuti e scappare insieme mi sembra ormai inevitabile, sogno una vita con lei seduta sul nostro divano bianco a stare in silenzio, o meglio con lei che sta lì bellissima e lontana in una serenità trascendente e io che non smetto di meravigliarmi nemmeno un secondo che tutto questo possa accadere e bastarmi. Tempo fa, quando ancora ero in lotta con me e me e quell’altra parte di me, ho faticato e passato anni per capire e sperimentare questa cosa un po’ buonista e un po’ new age del Bastarsi. Sì, il bastare solo a se stessi e tutta quella storia che se prima non sei in pace con te stesso non puoi star bene con gli altri e che devi trovare il tuo equilibrio ed essere Equilibrato altrimenti nessuno lo farà per te e questo mondo sarà sempre troppo scomodo, e quella storia di metter da parte la rabbia altrimenti non puoi vedere OBIETTIVAMENTE la realtà perché tutto inesorabilmente ti apparirà filtrato e perciò inquinato e non riuscirai a progredire nel tuo personale cammino alla ricerca dell’ Equilibrio. Poi ho scoperto che Equilibrio poteva esser preso a sinonimo di Serenità, Felicità, addirittura Amore. Amore mi ha scioccato, devo dire, per come io concepisco l’amore è tutto tranne che equilibrio e serenità; felicità, quella sì, a sprazzi e dosi come un tossico, o con lunghi digiuni e lunghissime abbuffate come un bulimico:  l’avevo già sperimentata e nonostante lo scempio e lo strazio  e tutte le conseguenze di morti e feriti che ogni amore che si rispetti porta con sé, posso ancora affermare con certezza che la felicità esiste. Abbandonata da tempo l’utopia da Piccolo Principe e dell’essenziale che è invisibile agli occhi- come invisibile? Visibili, visibilissime devono essere le cose, le grandi e le piccole, altrimenti la felicità non funziona; di invisibile che funzioni conosco solo il wi-fi,  l’elettricità, e la musica (ma solo se la ascolto con lo stereo o l’autoradio, se vado ad un concerto no, perché allora vedo i musicisti e i loro strumenti e il cantante, la bocca da dove esce quella voce, quelle mani che suonano e perciò vedo lo sforzo e il lavoro che c’è dietro e mi risulta parecchio difficile pensare ancora che la musica sia invisibile quando ho davanti quattro persone che si agitano e si sbattono per tre ore)- staziono quindi in un limbo grigiastro di piombo liquido , la mia personalissima gabbia con la porta aperta- un’ala dentro, la testa fuori- quello che mi ci vuole per sentirmi protetta e in pericolo.

Non è questo il sunto dell’amore? Sentirsi schiavi e padroni e in pericolo costante da chi minaccia di salvarti? No?

A me pareva di sì.

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