mieleveleno

E’ uno che non capisce. Uno che se gli dici che sei stato quattro ore a cercare una parola, quella parola, in mezzo a una frase, ti guarda con la compassione stupita del cane che stuzzica un insetto.

Si siede sul divano, si toglie le scarpe. Ha quella concentrazione ottusa impossibile da nascondere. E’ sempre concentrato su qualcosa di materiale, di verificabile. Ha questo universo limitato al parossismo, è fastidioso, anche. Ciò che rientra nel suo personale teatrino empirico è il bene, il giusto, l’etico. Non allarga i confini, mai.

Si alza stanco, l’impronta di sé ha la pressione effimera del poco, del lieve. Scompare in cucina, torna. L’orma che ha lasciato per un istante sul divano è poco più che un ricordo.

Mi fa male.

E’ come se ogni cosa avesse la stessa blanda pressione dentro di lui.  Niente rimane, niente si aggrappa. Nemmeno io, che ho cambiato parte e copione dozzine di volte, riesco a rimanere presente. Sono una traccia sbagliata, una rivisitazione della situazione, l’insoddisfazione eterna di percepirmi distante.

Mi guarda.

Si fissa su un segno del pavimento. Qualcosa è caduto, nella vita precedente di questa casa, e gli ha consegnato il karma della piastrella che adesso sezionerà. Si arrabbia e maledice l’incuria di un prossimo che non conosce, che immagina. Lo squalifica a parole, mute, i pensieri gli parlano in faccia. La piastrella è il suo prototipo di interlocutore, tanto niente rimane. Lo osservo imbestialirsi in silenzio, nell’impotenza di non poter evitare il tempo. Se ne accorge, distolgo lo sguardo. Il suo piccolo universo finito ha i contorni 20×20 di un marmo di cui di sicuro conosce il nome. So che potrebbero passare ore prima che si decida a fare qualcosa, prima che il pensiero diventi azione, una qualunque.

Questo mi da la possibilità intanto, di continuare a fare quello che devo, o che voglio.  La sua indecisione mi regala quotidiani momenti accessori, tempi supplementari dell’ordinario. Mentre aspetto che faccia qualcosa ho  modo di organizzare il lavoro di domani, di farmi un bagno, di leggere capitoli di libri. E’ ancora lì. Chinato sul pavimento in attesa dell’idea geniale che sopperisca al contingente piccolo fastidio quotidiano.

Ogni cosa è intrappolata. Siamo invischiati in un nulla materico. Colla come sentimenti. Carta moschicida che cola nelle nostre giornate bianche.

“Secondo te cosa devo fare?”

Mi verrebbe da rispondergli “davvero me lo chiedi?” oppure “in generale della tua vita o per questa piastrella?” o ancora “ma fino ad ora cosa hai fatto?”. Invece alzo la testa dalla tastiera del computer, lo guardo amorevolmente perché alla fine mi piace, mi piace ancora tanto, e vedo i lampi di quello che era, la meraviglia e lo sgomento che mi hanno svegliato e lo strascico di ciò che malgrado tutto si porta appresso come un peso. Vedo ancora tutto questo e molto altro, come una mosca incollata che si ostina a non arrendersi. Mieleveleno.

“Forse non puoi fare niente”. So di irritarlo, ma è più forte di me. So di toccare la  corda dell’impotenza, so che ormai questa cazzo di piastrella è una crociata, e si risolverà solo con morti e feriti. So che possiamo litigare fino ad insultarci se calco appena la mano e so che tenta di non apparire infastidito. Misura i respiri, i battiti cardiaci. Le parole non gli escono, sbuffa lievissimamente.

“Vabbè” mi dice.

E vorrebbe strozzarmi.

Nel suo piccolo finito circoscritto e ragionato universo io sono il Male.

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