Perfenoia

Non è che bisogna esser perfetti, sempre. Non bisognerebbe nemmeno pensarci, ad una cosa così. Perché la perfezione se non altro è noiosa e io la noia me la mangio a colazione, al mattino, insieme al caffè.

Perciò niente noia, niente perfezione, niente buonismo e andare.

Mi sveglio veramente solo quando mi scontro col vento in faccia, che nelle ultime mattine ringrazio e benedico. Non sono mattine facili, per me, per quelli come me, per l’Italia, per gli studenti, per gli scrittori, per i pittori, per i ricercatori, per le madri, per i padri che ormai si giustificano solo più, per i no tav, per i black block, per i celerini costretti a spararsi la domenica a vigilare sulla rabbia che prima o poi esplode, per quelli che non sono ancora rientrati da ieri sera, per la coda che c’è al Sert,  per i bambini che possono ancora permettersi l’infanzia. Immagina per quelli che no.

E niente di tutto questo è perfetto, e perciò iniziamo bene.

Le giornate iniziano come maratone per troppi,  come gabbie costruite ad hoc. Io non mi includo ma forse dovrei, mi escludo e probabilmente non dovrei. Però prendo gli autobus e i tram e questo è bene. Mi fa sentire a posto con la coscienza e posso sorridere di coloro che smadonnano per un parcheggio. Ho imparato a sfruttare i minuti di limbo che scandiscono i viaggi e sono sempre molto assorta. Faccio amicizia con gli autisti. Bisogna ascoltarli ogni tanto, secondo me. A parte le dritte che ti danno, bisogna assolverli. Assolverli. E poi hanno sempre una scusa, un alibi. Pazzesco. Quando mi annoio troppo e mi sento pericolosamente vicino ad una perfezione che non potrei sostenere a lungo, pongo accorate rimostranze. E avete saltato una corsa, e non è possibile, e mi dica, come lo giustifica lei uno sciopero di questa portata, lei che mi deve garantire il servizio, e una fermata o ventitré che costano uguali, e, e, e.

Mi calo in una parte teatrale che diventa reale. Sono un lavandino che ingoia le loro espressioni imbarazzate, il loro aplomb azzurro camicia d’ordinanza,  le vagonate di parole che studiano a memoria al mattino mentre si radono con un occhio ancora chiuso prima di iniziare la corsa numero uno freschi di dopobarba, quelle risposte da manuale che sono tenuti a dare nel nome dell’Azienda Municipale dei Trasporti. Che suona un po’ Mega Direttore Galattico di fantozziana memoria ,ma pazienza. Io li ascolto e a volte sbuffo perché poi mi prende la mano e non posso incoerentemente tornare indietro. Sono tentata tutte le volte di dire: “Ma lei, ma tu, cosa pensi davvero? Cioè, come fai a vivere con in bocca parole di scusa politically correct che non sono tue?” ma desisto. Il massimo che ho fatto è stato dire a uno, uno un po’ più giovane della media degli autisti (che hanno tutti tra i trentadue e i quarantotto anni. Se non è pazzesco questo.): “Ma tu, in una situazione così, non ti incazzeresti?”

Lui mi ha guardato, un lievissimo bagliore di sorriso, laterale. Un sorrisino laterale d’ordinanza, quasi azzurro come la camicia. Lo capivi che voleva risponderti, ma alla fine ha allargato le braccia in un gesto liturgico così sentito che son stata lì lì per commuovermi. Come a dire: mi dispiace. Ed era un mi dispiace molto distante da quel Ci Scusiamo Per Il Disagio affisso alle fermate. Il suo mi dispiace non si annoiava più. Aveva fatto un passo fuori dalla perfezione.

E mentre andavo in ritardo dove dovevo andare l’ho immaginato a sera, quando torna nel suo appartamento di periferia assassina in un condominio alveare,mentre sale le scale e si allenta la cravatta e poi scende giù al baruccio a farsi una birra. Incontra qualche amico, pensa allo sciopero, pensa che non ha più voglia di guidare il tram. Di dare risposte preconfezionate. E vorrei esserci io lì, a bere una birra con lui e dirgli Guarda Che Puoi.

Solo che lui mi sorriderebbe ,affranto questa volta, e già di nuovo annoiato e perciò perfetto, inconsapevolmente coerente col suo ruolo.

Per forza, lo assolvo.

Li assolvo tutti.

Non mi resta che trastullarmi con la perfenoia , e per oggi va bene così.

 

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