Mi sa che ho perso

Ad ogni modo, poiché sottrarmi alla tua assenza non era concepibile da mente umana e tanto meno dalla mia, ho fatto un gioco. Ho buttato giù una lista di tutte le cose che odiavo di te: non le grandi, le macroscopiche, troppo facile. Quelle piccole, i fastidi ordinari, quelle che fossi stato un altro non soltanto non avrei tollerato, ma per qualcuna ti avrei picchiato.

Non botte da orbi, ma uno schiaffo da ricordarselo sì. O un calcio, dipende.

Esiste tutta una matematica legata al fastidio e alla punizione, nella mia testa, fatta di calcoli complicatissimi, varianti e costanti infinite che non mi dilungherò a spiegare qui, perché non è questo il punto.

Ora, la lista è banalmente articolata in un sistema ad elenco dove i numeri non corrispondono al grado di fastidio\intolleranza del fatto in sé, ma sono inseriti a scopo puramente ordinativo, poiché i fatti continuavano a piombarmi dalla mente al foglio in un ordine pressoché casuale e asintattico nel sistema anarchicamente gestito del mio pensiero .

#1. Quando guarda un film, non fa che criticare tutto il tempo la sceneggiatura, dare consigli agli attori, esprimere giudizi morali sui personaggi. Lo fa continuamente, non si placa mai. Sono tutti, senza eccezione alcuna, inadatti a svolgere un compito, troppo insicuri, troppo sicuri, troppo avveduti, troppo sprovveduti. Sono tutti sbagliati. E il film fa sempre acqua da tutte le parti. E la trama è inconsistente. E comunque parla per tre quarti del film. E mi chiedo perché non decida un bel giorno di fare lo sceneggiatore, così da generare finalmente il primo capolavoro della storia del cinema aprendo gli occhi a tutti noi, ma soprattutto chiudendo quella bocca.

#2. Quando siamo in viaggio, per lo più in qualche paese anglofono, non si sforza di parlare inglese con la pronuncia corretta. Mi tocca assistere al suo inglese scolastico ogni volta, sapendo benissimo che invece padroneggia la lingua. Mi porto dietro uno che potrebbe scrivere un saggio di fisica quantistica in inglese e si esprime come uno studente di seconda media. Raramente sbaglia la grammatica, ma questo suo insistere a parlare come un abruzzese appena sbarcato a New York negli anni Trenta mi fa, tutte le volte, avere intensissimi attacchi di bruxismo. Può farlo, sa che facendolo non mi farebbe innervosire, e non lo fa.

#3. Il fatto che ricordi perfettamente ogni evento della sua esistenza abbinandolo all’anno in cui è avvenuto. Parliamo anche di eventi senza rilevanza alcuna, non di avvenimenti importanti. Dialoghi del tipo: “Guarda me lo ricordo perché in quel momento avevo appena smesso di fumare le Marlboro rosse ed ero passato alle Rothmans blu, perciò posso dire senza paura che fosse il 2002”, oppure “ Ero stato a casa per un’influenza mostruosa e andavo all’università, faceva freddo perciò sicuramente non poteva essere aprile (qualcuno aveva detto aprile) ma al massimo febbraio del 2000”.  Sa abbinare una data per ogni fottuto insignificante evento che gli sia capitato. Cose come questa, associata al fatto che invece non dice mai “in quella vacanza a XXX ero con la mia fidanzata dell’epoca, YYY” ma    “A XXX ci sono andato nel 2006”, cose come questa beh, minano seriamente la soglia di tolleranza di qualsiasi altra cosa.

#4. Ogni tanto, quando ero nei momenti paranoia, ciclo mestruale, ovulazione, giorni in cui ti senti immotivatamente cessa e altre amenità del genere, nei giorni insomma, in cui io sperimentavo la trincea di quelle gioie  di cui lui non potrà mai esser testimone attivo passando dal pianto al riso, dalla fame alla nausea, dalla noia all’iperattività, in quei momenti mi guardava con una sorta di compassione mista a fastidio, perché probabilmente lo stavo disturbando in qualche calcolo mentale per scoprire quale fosse l’anno in cui aveva comprato l’ultimo paio di Levi’s 501 ancora a 50000 lire.

 #5. Tutte le canzoni che io ritengo essere capolavori per lui sono soltanto “i soliti quattro accordi schitarrati”. Ci tengo a precisare che non stiamo a filosofeggiare su quattro vegliardi che si sentono rocker nella bassa provincia italiana. Ci tengo altresì a precisare che poi gli parli di Yann Tiersen ed assume l’espressione di quello beccato in algebra, il giorno in cui non ha studiato. Ci tengo a precisare in ultimo che, ci scommetto mia madre, con la prossima fidanzata, a cui dirà di esser andato a sentire dal vivo Yann Tiersen, il dialogo su questo evento della sua vita sarà il seguente (il mio margine di errore si attesta sullo 0,001%): “Ho scoperto Yann Tiersen quando l’ho visto dal vivo. Era il 2012”. 

#6. Guida male.

#7. Guida male e fa infrazioni che agli altri non perdona. Poi bestemmia quando la vita lo pone di fronte a soggetti che si comportano come lui. Se glielo fai notare, ha un alibi pronto, sempre, a giustificare che la situazione è RADICALMENTE diversa, questa volta. “Eppure sei intelligente, mi chiedo come tu faccia a non capirlo”.

#8. Sempre parlando di cinema, quando guardiamo un film (occhio, non film surrealisti, non Jean-Luc Godard, non David Lynch, non autori, insomma che qualche dubbio te lo lasciano germogliare dentro), non ricorda mai i nomi dei personaggi, confonde un personaggio con un altro perché magari sono entrambi biondi, o arabi, o donne, e per tutto il tempo ti chiede delucidazioni su chi ha fatto cosa, e si rivolge ai personaggi chiamandoli con nomi che non appartengono loro e pretende che tu capisca di chi sta parlando e nel frattempo, perdendo parti importanti di trama, gli faccia un breve resoconto di quello che non ha afferrato. Questo, sommato al punto #1 e sommato al fatto che, se la matematica non mi inganna, il tempo in cui parla raggiunge i quattro quarti, beh questo mi fa dedurre che io sia proprio psicolabile se nei due anni e mezzo della nostra relazione alcuni dei momenti di più profonda pace e tranquillità siano stati proprio quelli trascorsi sul divano a ingoiare schifezze guardando un film. 

#9. Il solo fatto che abbia potuto pronunciare queste parole: “Sì, ma in Infinite Jest ci sono un sacco di frasi che non vogliono dire assolutamente niente”. Perdonalo, David, perché non sa quello che dice.

 #10. E poi basta, per il momento non mi viene in mente null’altro. Il gioco serve a farti visualizzare i motivi banali per cui non poteva funzionare, non ha funzionato e non funzionerà. Il gioco finisce quando non hai più lamentele e io credo di non averne più.

Solo che alla fine, rileggendole tutte, si ammassano i dettagli di qualche piccola e insignificante felicità e per vincere serve irrimediabilmente avere almeno un minimo senso consapevole di sollievo.

Ma io non ce l’ho. 

Mi sa che ho perso.

 

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