Per sempre

È andata come vanno in genere queste cose. Tu che piano scivoli via. Gli sguardi che non si ricordano, trasformati in  ricordi che non hanno più specchi in cui riflettersi. È andata che non hai saputo o voluto, è andata che ho sperato.

Un giorno che era notte abbiamo respirato il per sempre. Come di un cibo buono ci siamo saziati ingordi, e chiudendo gli occhi abbiamo accatastato provviste buone per domani e domani ancora. Siamo stati il nordovest del mondo, quelli che non si preoccupano se domani mangeranno o meno, la parte sconsiderata dell’amore puro, che non sa guardare avanti e vede solo l’adesso. Quello che non sapevamo è che il per sempre nutre male, è un dessert  per gli insaziabili, che arriva  alla fine quando in verità non hai più fame ma c’è ancora posto. Vedi? C’è sempre posto nello stomaco di un amore per due parole così.

Il mio stomaco e  il tuo, stretti in una  morsa mortale. Le mie costole contro le tue, cercavo quella che manca e ritrovavo un numero uguale sul tuo corpo. Non capivo. Alla fine smettevo di cercare le nostre differenze -le mie dita erano il doppio, le tue mani svanite-  e confusa  brancolavo sfinita dentro il tuo abbraccio, era  quello per me il per sempre.

Sono passati così i giorni e gli anni, avevamo scatole zeppe di ciarpame raccolto  nei viaggi, io mi sporcavo ancora  le mani di colore, cercavo i tuoi occhi , ricevevo qualcosa e non sapevo cos’era. È andata che piano abbiamo smesso di nutrirci, tanto ce n’è ancora, dicevamo, tanto ci basta, dicevamo.  Se ci penso adesso, è uno spazio infinito di promesse postdatate, di abbracci  mancati -magari dopo, pensavi, magari dopo- di momenti incatenati a momenti senza un filo che li tenesse stretti. Il per sempre  si era stancato di noi, ci aveva escluso senza che potessimo far niente.

Me la sono raccontata così, alla fine, quando le rovine di noi marcivano fumanti come ruderi nel nostro dopoguerra. Me la sono raccontata così nei sogni, non negli incubi, i miei incubi erano un confine in cui non sapevo della  tua esistenza, una landa più desolata ancora. Ho dovuto usare parole che odiavo mischiate a verità di comodo –è così che vanno le cose, guarda gli altri, quelli felici, nessuno è felice davvero- e ogni  giorno mi tornava in mente l’incipit di Anna Karenina, quelle parole erano lame che usavo per continuare a sanguinare. Le conosco a memoria e mi si rompe sempre qualcosa dentro, perché sempre le dico come una preghiera. Tu sei al confine del letto e distante, ugualmente infelice a modo tuo.

È andata come vanno le cose se ci dimentichiamo di loro. È andata che il sogno ce lo siamo scordati in un cassetto, di qualche altra casa, non di questa. È andata che la fine arriva inesorabile, non importa quanti per sempre uno dica in una vita.

Quello che rimane è che quando mi stringi le mani io conto ancora le dita come se fossero il doppio e so che sai che non riesco a  smettere di farlo. Quello che rimane è che a un per sempre bisogna ancorarsi , fosse anche uno soltanto.

Vedi? C’è spazio per il  dolce, alla fine. Sempre.

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4 thoughts on “Per sempre

  1. Il vero “per sempre” lo riconosci perché non lo dici mai, perché ne hai un tremendo timore reverenziale, perché lo tieni nel tuo personale tabernacolo lontano da occhi sacrileghi. Il falso “per sempre” lo riconosci perché lo getti in mare e lo usi come salvagente ogni volta che dubiti: non è un “per sempre” è solo un “per adesso”.

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