Lei

Esiste.

Sepolto dalla memoria dei sensi. Imprigionato sotto palpebre cucite senza ricordo. Incatenato in un cerchio perfetto,

in un destino incompiuto,

in una bellezza che non possiede contorni.

Nascosto nell’incanto ovattato che conduce all’oblio del principio.

Esiste.

Come pelle marchiata,

come strada dimenticata,

come pagina mal cancellata.

Scolpito da prima che la vita fosse vita per me, ne serbo l’impronta.

Parlo del tempo scandito da respiri senz’aria, da materia senza definizione, da gesti senza ombre, da battiti senza cuore.

Parlo del tempo in cui ero battito di cuore altrui.

E parlo di lei, che di me conservava memoria ancor prima di sapermi viva, di lei, che percepiva sospiri attutiti come sotto fondale oceanico, di lei che fu mano demiurga su sostanza in divenire.

Su sostanza inconsistente.

Su consistenza incompleta.

Fu la prima musica che udii, il primo calore a inondarmi e io interno nel suo interno fui creatura col suo passato, respiro rubato all’aria che soffiava per lei soltanto.

Viene a trovarmi in sogno talvolta, mentre tra le lenzuola sono animale addormentato, quando nascondo il viso e il corpo dagli spigoli aguzzi della vita che non ha mai smesso di graffiarmi, e lentamente ritorno lì, nel ricordo di me inconcreta, di me primitivo impulso, nel ricordo che può esistere solo al buio perché del buio si nutre.

Perché dal buio provengo.

Perché è esistito un momento in quel buio, in cui non ho avuto forma né dimensione.

Nel momento più bello della mia vita, ero viva senza occupare spazio.

Mi ha dato alla luce ventitré anni fa.

Le ho dato luce una notte d’ottobre, in un autunno algido che gelava le ultime foglie brunite su rami ossuti cristallizzandole in un attimo che per loro mai sarebbe tornato. Sono nata quando la terra è umida e sterile, e gli alberi denudati si stagliano contro lo scuro del cielo addormentati da una nenia stanca cantata da foglie secche sotto le scarpe.

Me le proibiva.

Mi proibiva le foglie.

Mi era proibito avvicinarmici, calpestarle, farne musica, raccoglierle.

Sono nata emettendo un solo vagito distratto, ocra e bruno negli occhi, crepitio di foglie secche nelle orecchie.

Parlo del giorno in cui ho cessato di esistere grazie ai suoi respiri, al suo calore, al suo cibo, il giorno in cui sono emersa dalle sue ferite ferendola nell’animo con un dolore più acuto e pungente della sua stessa carne strappata, del momento di sconcerto in cui ha lucidamente realizzato di avermi generato, di aver creato qualcosa che avrebbe preso il suo posto nel cuore di mio padre.

Dicono che sono nata con gli occhi spalancati, di fronte al suo sgomento e a quello dei parenti accorsi, dicono che mi sono guardata intorno circospetta sotto le luci asettiche dei neon, come a voler capire dove mai fossi approdata.

Falso.

Era solo il primo disperato tentativo di scorgere le mie foglie, e colui che mai me le avrebbe negate.

È difficile decidere cosa guardare quando è l’infinito che ti si spalanca davanti. È difficile persino capire che stai per vedere qualcosa. Il mio qualcosa fu un qualcuno e quel qualcuno fu

lei.

La vedo giacere disfatta tra pieghe di lenzuola intrise di sangue,

tela ruvida d’ospedale diventata sindone,

sangue di puerpera ritornata vergine,

in quegli attimi di intensa vibrazione che l’ hanno resa sgomenta di fronte al suo stesso infinito sconvolgimento.

Nuda e muta di fronte a me, fino a quell’istante murata viva nella sua carne, nuda e inerme davanti al mondo, tentazione seducente e malsana a cui temeva presto avrei dovuto cedere.

Forse era un maschio che voleva. Forse, semplicemente, voleva qualsiasi cosa fosse diversa da me, nel rendersi conto che mai avrebbe potuto plasmarmi.

Ho occhi a mandorla che né lei né mio padre mi hanno prestato e un indole caparbia e ribelle, a cui mai sarebbe riuscita a rassegnarsi. Non so se fu per disperazione o rassegnazione o un misto di sentimenti che iniziò a vestirmi da maschio, a tagliarmi i capelli, a parlarmi senza dolcezza, ma lo fece con la rabbia feroce di chi si ostina a perseguire un ideale che già ha il sapore del fallimento.

Non c’era amore nei suoi gesti, né fierezza nei suoi occhi.

Lei fu un’artista e tardi si accorse che la sua opera era lontana dal  mentale progetto iniziale e  che meno di nulla ne avrebbe conservato.

Quel progetto è rimasto imprigionato nella sua mente ed io ho dato forma all’unico concetto che mai avrebbe aspettato, forma concreta e visibile di ciò che lei vede quando pensa alla parola: sconfitta.

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