Il bianco della non esistenza

Sei morta che non avevo ancora sedici anni. Ti ho vista. Non sembravi una bambina,non sembravi  una  donna. Immobile e dispersa in chissà quale universo parallelo e senza  colori. Denudata e sterile come carne lasciata a marcire. La sala rianimazione  era un immenso parcheggio di corpi che non riuscivano a scegliere se andarsene o restare. Vi guardavo. Era uno spettacolo pietoso.

Galleggiavate vuoti e molli come lombrichi, come larve da laboratorio, senza dolore in quei crani sezionati, senza espressione, come bambini morti subito dopo il parto.

Forse è così che vi sentivate, legati ad un cordone ombelicale necessario ed elettrico, forse anche voi non avevate paura della morte, perché in quel limbo dove stazionavate non sapevate esattamente neanche di essere in vita.

Non lo eravate. Ai parenti lì fuori, piegati dall’angoscia, contratti e inebetiti da domande che sgorgavano incontrollabili, dicevano che vivevate, separati dalla vita vigile come da un velo di garza, ascoltavate i rumori, a volte persino roteavate gli occhi.

Ma io ti ho vista. Io quegli occhi li ho visti. Due palle da biliardo, troppo grossi, troppo sporgenti, che friggevano rendendoti simile ad un’indemoniata; pesci giganti che si contorcevano in un acquario dalle pareti anguste, occhi di pesce asfissiato, gonfi, che colavano liquidi senza versare una lacrima; ricordo di aver pensato che avevi gli occhi che si hanno come dopo un conato di vomito.

Vomito.

Quel corpo assolutamente fermo e inutile rendeva doppiamente inutile quel ridicolo tentativo di comunicare. Non lo era. Erano spasmi che la poca forza vitale ti concedeva, erano palliativi per noi lì fuori, non volevi dirci niente, non avevi da dirci assolutamente niente. Non sono neanche sicura che tu mi abbia riconosciuto, mimetizzata com’ero dalla mascherina, dalla cuffia per capelli, dagli indumenti sterili che indossavo sopra i miei maglioni sempre troppo lunghi. Mi nascondevo, mamma, e non sapevo di farlo. Iniziavo a sparire quando sparire voleva solo dire ritorno: a bambina, a insetto a cellula primordiale.

A spazio da colmare.

All’ inizio rimanevo dietro il vetro. Pensavo. L’odore di disinfettante, l’odore di morte preconfezionata. Lo respiravo tutto e me lo portavo a casa. Pensavo.

Che in realtà era sempre stato così con te. Che nulla era davvero cambiato. Le nostre vite non erano cambiate. Ti ho sempre guardata da lontano, a separarci lastre di mondi contrastanti e antitetici e il distacco indifferente e feroce  di due cani maschi costretti a condividere lo stesso territorio. I miei libri, le tue parole inconsistenti. Il tuo mondo terreno e le mie filosofie dell’anima. I miei scritti confusi con audiocassette e vestiti e disegni e matite colorate e scarpette da ballerina e compiti di scuola e sogni infranti e cocci di vita lacerata troppo in fretta e tormenti e amori finiti mai nemmeno iniziati e fotografie e lacrime e dimmi com’ero da piccola e dimmi com’eri tu mentre aspettavi di mettermi al mondo e come fai a dire disordine se  già fatico per non smarrirmi nella confusione che mi sgomita dentro come fai a parlare di sistemare le cose al loro posto se un posto non lo trovo neanche per me: un posto preciso, finito, piccolo, un posto che mi possa contenere tutta. E allora di nuovo carta e inchiostro e luce da tavolo accesa fino alle tre del mattino perché la notte mi aiuta a essere mamma la notte mi trascina e non sono più io forse è solo quel buio che cerco di trovare di nuovo forse è soltanto quell’ essere senza realmente esserci a separare dalla tua vita

la mia.

Mi hai regalato il mondo quando era tardi per regalarmi  te stessa perciò basta lamenti e insoddisfazioni basta urla e non riuscirò mai a capirti basta colpevoli e dita puntate contro perché di notte tu dici è tardi e io penso tardi per cosa? come se ogni sensazione ogni granello di polvere ogni terrore ogni luce negli occhi non avesse motivo di esistere come se l’infinito che stringo tra le mani come se il sangue che ho perso (perché è solo e sempre sangue quello che sento di perdere quando la vita mi stringe e mi comprime e mi invade di ciò che non sono capace di contenere e se qualcosa ti si allarga dentro puoi solo ferirti per espellerla e trovami uno che quando si ferisce non sanguina) come se la felicità di una stella nel cielo come se danzare non vorrai mica dirmi che vuol dire toccare l’inferno con le mani di Dio come se adesso spegni quella luce e dormi perché la notte è fatta per dormire ma è di notte che tu preghi Dio ed è di notte che io svanisco nel buio e che tutti

tutti

desiderano  sperano lasciano il freno stanno scomposti sognano

s o g n a n o

dove sono i tuoi sogni ora che non comprendi la luce ora che terra e acqua e materia e sostanza e vita e morte sono per te indistinti?

Dove sono i miei sogni ora che non sogno più ora che di notte sto sveglia più di prima perché di giorno non mi concedono di piangere e allora potevo solo trovare un sistema

ho iniziato a piangere nei sogni che non ho mai fatto con te ho iniziato a regalarti le lacrime lucide che nel buio si mimetizzano ho iniziato a perdermi per la voglia di trovare qualcosa e per trovarlo non potevo che perdermi dentro di me e per trovarlo non ho potuto che  smussare gli angoli ma quelli di dentro mamma e per trovarmi non potevo che cancellare il troppo ma quello di fuori mamma ho iniziato a desiderare di diventare desiderio speranza sogno

perché è questo che non ho mai fatto con te

diventare il tuo sogno o il mio se l’inconsistenza onirica può appartenere a due persone se l’inconsistenza fisica può diventare il tatto dell’anima se solo la notte fosse lunga abbastanza

abbastanza

abbastanza

abbastanza da ritornarti dentro abbastanza da desiderarmi troppo abbastanza per rivedere la luce del mio primo giorno che luce non fu perché scelsi la notte come alba della mia vita abbastanza per non vederti morire stanotte

non morirai

non morirai

non morirai

Non c’era più nessuna traccia di quell’acqua primordiale che aveva versato per osmosi la tua vita nella mia,  non esisteva più quel buio, quel sangue, quel latte.

Scaraventata nella luce, diventavo il bianco slavato della tua esistenza. E continuavo ad esserlo adesso, una sagoma ambigua di cui a stento potevi riconoscere il contorno di occhi sconnessi con il resto del corpo, con il resto di me, che dovevo sembrarti diafana e sfuocata come un’apparizione. Ma non c’era nessun profumo di fiori intorno, solo l’odore gommoso e denso della putredine. Nessuna schiera di voci beate, nessun organo a scandire la tua presenza e la mia, ma tintinnii metallici, rumori di monitor e ossigeno artificiale.

Dev’essere così che dietro quegli occhi inumani mi hai visto: come una madonna slavata.

Diventavo il bianco slavato persino della tua non esistenza.

non morirai

non morirai

non morirai

Sei viva.

Ed io continuo a inseguirti con parole su fogli di carta che probabilmente non leggerai mai, con parole smarrite nel vento senza eco di anni che mai più torneranno.

Né io con loro.

Né tu con me.

 

Mamma?

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