Miopia di una generazione

Da grande, mi dicevano, farai quello che vuoi, non adesso. “Finché vivi sotto questo tetto” e compagnia bella.

Questo succedeva negli anni Ottanta di un altro secolo, quando per me e quelli della mia generazione diventare grandi voleva dire due o tre cose: trovare un lavoro, andare via di casa, magari sposarsi. In genere, in ordine sparso.

Allora ce ne siamo andati- qualcuno prima, qualcuno molto dopo- a cercare di costruirci la fortuna sotto tetti altrui, a cercare di diventare qualcosa, ognuno con il suo motivo, la sua testa farcita di sogni e speranze, le sue  due o tre parole in ordine sparso.

Studia, mi dicevano, ché senza un diploma dove vuoi andare. Vai all’università, mi dicevano, ché i tempi cominciano a cambiare. E  magari impara l’inglese, continuavano, perché può darsi  che un giorno dovrai partire.

Noi studiavamo e imparavamo l’inglese, lavorando nel frattempo,  e andavamo avanti come muli, senza stanchezza, senza paura, con lavori di merda e i soldi che non bastavano. Ma cambierà – ci dicevamo – è solo un momento- mentivamo-. Siamo cresciuti così, con un mantra nelle orecchie a cui non riuscivamo più a credere. Ma c’era l’affitto da pagare e non ci pensavamo.

Intanto la nostra classe politica ci derideva, ci sbeffeggiava, il paese crollava sotto i colpi dell’ingiustizia e dell’inganno, cominciavamo a temere il futuro, qualcuno di noi non lo vedeva più.

Qualcuno di quelli è impazzito, qualcuno è partito. La maggior parte teneva duro, tra frustrazione e angoscia, nell’ostinazione feroce della sopravvivenza. Io ripensavo ai miei genitori, ai loro lavori facili guadagnati con poco sforzo negli anni addietro, quando tutto si poteva fare, bastava impegnarsi anche poco, bastava un pezzo di carta anche piccolo.

Pensavo a loro mentre mi dicevano che ero fortunata ad esser nata negli anni Ottanta, senza la fame, senza l’emigrazione, senza gli scioperi per ottenere qualche diritto. Ci pensavo mentre facevo due lavori e studiavo, cercando di fare al meglio ogni cosa, con la loro generazione che ci accusava di non accontentarci mai. Pensavo a me e a mio fratello, nati e cresciuti da un padre e una madre  giovani e pensavo ai mei figli che non sarebbero nati, o che sarebbero nati quando sarei stata vecchia e satura di qualsiasi cosa.

Perché anche noi figli di questa generazione ci siamo innamorati, un giorno, e siamo andati a vivere insieme- convivere, dicono loro, e mentre lo dicono storcono il naso- con ancora brandelli di sogni e speranze riposti da qualche parte, con ancora voglia di fare nonostante gli schiaffi in faccia- perché il futuro ce l’andremo a prendere, ci raccontavamo -nonostante le vostre parole, nonostante tutto.

Siamo qui, e abbiamo tutti più di trent’anni. Ci  avete ingannato.

Ci avete insegnato a restringere il campo sempre un po’ di più, a guardare a breve distanza, ad accontentarci di arrivare a domani. Siamo qui e abbiamo più di trent’anni. Il futuro lo vediamo poco e sfocato.

Avete regalato la miopia alla nostra generazione.

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