Wishlist

In questo momento in cui si auspicano immensi e straordinari cambiamenti, in cui le speranze sono riposte nel faccione di turno che ammicca inquietante dal perimetro di un manifesto elettorale, in cui ci stanno lentamente anestetizzando le coscienze edulcorando la realtà e travisandola, in un momento come questo, una delle poche cose che mi sento di poter fare senza pesi sullo stomaco è stilare una lista delle cose che vorrei, ché per fortuna sognare non è ancora a pagamento. Per ora.

#1. Vorrei poter stare sul divano con una birra e un cartone di pizza il martedì, il mercoledì, forse pure il giovedì, a guardare tutte le partite di Champions, il dopopartita e in simultanea quei programmi sulle reti locali  dove esagitati pseudo commentatori sportivi urlano e si insultano davanti a piccoli monitor producendo siparietti agghiaccianti. Vorrei farlo sentendomi con la coscienza a posto, come se importasse veramente, vorrei scaldarmi per gli errori arbitrali, cantare un paio di coretti razzisti, dare della puttana alla mamma di qualche giocatore. Vorrei farlo per non chiedermi il perché di molte cose, per guardare a mezzo metro dal mio naso, sentendomi fortunata e privilegiata nel possedere l’abbonamento a Sky e nel poter vedere tutte le partite in HD. Ottusa e felice.

#2. Vorrei, se possibile, rinascere prima del femminismo, così oggi vivrei con animo sereno impastando dolcetti e mettendo su il sugo alle sei del mattino, sfornando nidiate di figli – che a qual punto non avrebbero il problema dell’inserimento in un nido comunale- facendo l’uncinetto, rammendando calzini e attendendo silente e sottomessa mio marito che rincasa dal lavoro senza stressarmi a morte per trovare il mio posto nel mondo e aver passato anni ad emanciparmi in tutti i campi.

#3. Se dovessi per forza lavorare, vorrei poter accontentarmi di lavori saltuari e malpagati, di non avere diritti, di sentirmi porre domande come “Lei ha una relazione stabile e pensa di voler procreare di qui a breve?” in un colloquio, di dover lavorare in nero e sentirmi ancora grata, o di accettare serenamente chi mi dice che “questi sono tempi duri e dobbiamo adattarci, ma forse voi giovani non sapete cosa vuol dire la parola sacrificio”.

#4. Vorrei sentirmi rappresentata da almeno uno dei millantatori che quotidianamente promettono l’impromettibile, vorrei appuntarmi sulla giacca  la spilla del Movimento Cinque Stelle e pascolare con loro lobotomizzata come una pecora, scaldandomi a parole urlate e volgari da un comico-piazzista che mi ha promesso quindici minuti di celebrità e con cui finalmente sento di avere uno scopo nella mia inutile vita. Vorrei non ricordarmi dei totalitarismi del passato, dei leader carismatici e con deliri di onnipotenza che hanno trascinato il mio paese nel baratro e respirare con loro l’ aria della rivoluzione mediatica da tastiera. Vorrei credere nel mio profeta con la fiducia cieca e tarda dell’adepto di una setta e pensare di fare a qualcosa di grande solo perché condivido post al veleno pieni di niente sui social network.

#5. Vorrei vivere di frasi fatte e luoghi comuni cosicché la mia esistenza si potesse trasformare in un gigantesco metauniverso in cui ogni mia azione troverebbe una logica corrispondenza nel banale e tutto sarebbe finalmente e metauniversalmente giusto.

#6. Vorrei salvare i bambini dalle religioni, tutte. Vorrei dar loro la possibilità di poter usare la parola ”credere” solo se abbinata a esperimento e logica. Vorrei preservarli dall’ignoranza della paura, del senso di colpa, della curiosità limata ad hoc. Vorrei che ognuno di loro sbagliasse per conto suo e che trovasse anche solo una persona sul suo cammino che riuscisse ad instillare quei ragionevoli dubbi  che portano al conseguimento di una propria autonoma visione del mondo.

#7. E poi vorrei che le parole avessero ancora un senso. Che i libri avessero ancora un senso. Che l’arte avesse  ancora un senso. Insomma che la bellezza avesse ancora un senso.

(Per una corretta fruizione dell’articolo, ascoltate in sottofondo Wishlist dei Pearl Jam)

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