Blue Sorrow

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Blue Sorrow

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D-esistere.

Ogni tanto ti mandavo poesie. Dentro alle mail si confondevano in mezzo alle offerte speciali, ai coupon di cerette e massaggi, alle fatture della Vodafone, alle tue cose di lavoro. Vedevi il mio nome nella confusione digitale e con quella vista selettiva che non so proprio come possa essere, ad un certo punto, entrata a  far parte delle facoltà umane, ci cliccavi sopra. Aprivi le mie poesie e non rispondevi mai. E so che sbagliavo, perché avrei dovuto leggertele, una volta a casa, -di sera,  con la luce un po’ bassa, magari- ma tu lo odiavi. E io desistevo.

Desistere. Se non ne conoscessi l’etimo mi piacerebbe spiegartela cosi: D-esistere: non esistere, smettere di esserci. Ho smesso di esserci nelle poesie che ti mandavo e piano piano in molte altre cose, sapendo benissimo cosa stavo facendo. Ho smesso di esistere  nelle righe che non ho letto per  te, in Prevért che ho lasciato in un angolo per via del  tuo francese così perfetto, in Hikmet e in Nordbrandt,- mi vedevi scorrere il suo danese e sorridere mentre io ritornavo bambina incapace di comprendere i segni sul foglio-  in Vivian Lamarque, nei passi dei libri che mi spettinavano e volevo condividere e che immancabilmente rimanevano confinati dentro la mia bocca, nella  voce silente di me che leggevo sul letto, a stella marina.“Spostati un po’”, mi dicevi, mentre friggevo dentro a Infinite Jest.  Ti guardavo con la faccia di quella che pensa tu non puoi capire.

Ti ho perso dentro un qualche giorno banale, con la pioggia e la città che non si fermava, con le parole che diventavano colpi d’ascia, ma arrugginite, asce d’estate. Avevano fatto il loro tempo. Era così che ti rivolgevi ai tuoi libri di Saramago? Forse ero io.

Ho dimenticato di  esserci nelle mattine pigre in cui il tempo non si fermava, semplicemente ti abbandonava, vi abbandonavate entrambi, lasciandomi sola. Ma io non sono mai sola.

Avrei dovuto leggerti le parole che ti mandavo, leggertele anche solo al telefono e avresti capito da come mi trema la voce che stavamo per perderci in un giorno banale. La luce è la stessa che vedresti tu se solo ascoltassi, se io solo parlassi parole non mie.

Ho desistito e tu conosci il latino. La perfezione recondita dell’etimologia dei lemmi.

De-sistere:  fermarsi dal fare qualcosa, rinunciare a uno scopo. Se apri la posta e trovi Joyce Lussu che ancora si chiede, a distanza di anni, “Vorrei sapere quando ti ho perso”, tu, ti prego, non mi rispondere.

Sì, ma poi esci?

Sto attraversando un altro dei miei periodi. Uno di quelli assolutamente controtendenza nel mondo del cool, del trendy, dei locali, delle serate, persino del radical chic. Banalmente tradotto: non ho voglia di uscire. Comincia la (forse) primavera e a me parte lo spleen da relazioni sociali forzate. Ora, prima di autodiagnosticarmi tutta una serie  di patologie legate alla sociopatia bisognerebbe fare un salto indietro, per allargare un minimo la visuale. Zoom indietro lungo.

Di più.

Ok, perfetto.

Zoom piano avanti fino a quel locale, no, non quello accanto (lo so che è uguale ma non possiamo descriverli tutti)( qui di regola si aprirebbe un metatesto infinito su coloro che se non girellano da un posto alcolico all’altro sbevazzando a più non posso fino a caracollare al limite del coma etilico sul più vicino marciapiede\macchina dell’amico\ casa in prestito\ comando dei  carabinieri non sono contenti, ma vi risparmio e non l’aprirò), quel localino lì dicevamo, con quella bella fauna in mostra all’ingresso. Fauna mista, come l’insalata: clubbers in attesa, hipsters, wannabe hispsters, padroni di cani,  cani da soli, sedicenti artisti\fotografi\videomakers, djs, wannabe djs, alcolizzati e basta, ragazzine and so on.

Ecco, a me un posto dove tutti quelli che hanno gli occhiali hanno lo stesso tipo di occhiali mi mette l’ansia. Mi mette ansia sapere che addirittura c’è gente che non ha bisogno di occhiali. Ma li indossa. I posti in cui si sente nominare continuamente “Londra” e ”Berlino” così, come fosse un intercalare, mi provocano un disagio interiore e una pena cosmica. Non è che se questa città vi  sta stretta basta dire 477654738 volte Londra e Berlino in una sera per emanciparvi. Non è che tediare l’uditorio con i vostri racconti di “quando stavate a Berlino” vi rende più interessanti.

Ho vissuto a Londra per un po’ e non ne parlo mai. Che poi diciamocelo, se come me facevi la cameriera, uscivi un po’ e giravi per la  città, andavi a ballare un paio di volte non è che la vita fosse proprio diversa da Torino. Le persone ti calcolano un po’ meno, la metro funziona meglio, ma il vomito degli ubriachi che pulivo era identico.

Ma torniamo al localino. Di norma, un dj set  all’aperitivo. Musica da aperitivo. Che cavolo di genere è la musica da aperitivo? Perché è così che ti rispondono quando chiedi cosa mettono. Musica da aperitivo. Vabbè. La fauna si accalca al buffet, ordina da bere, chiacchiera. Djs con djs, hipsters con hipters ecc. Un esperimento antropologico a compartimenti stagni.

Il giro delle bevande raddoppia, triplica e loro parlano, vanno a berne uno al locale accanto, tornano. I loro cani si chiedono che male hanno fatto per dover subire questo supplizio, tutte le sere. Il tempo passa. Ogni volta che vedono qualcuno che conoscono sono urla profuse, baci, abbracci , euforia alcolica immotivata che rende le scene piene del pathos che in genere pervade gli arrivi degli aeroporti. Di sicuro si sono visti la sera prima. O magari poco prima.

Il tempo continua a  passare ma loro non mollano. In momenti come questi ho la sindrome dell’ oggetto transizionale infantile. In parole povere: vorrei la copertina di Linus dei Peanuts. Accarezzarla un pochino e con la mente perdermi in sensazioni rassicuranti. Invece no, sono qui, a sperimentare l’intolleranza verso il mondo, mentre la gente intorno si trasforma in un quadro di Bosch. Le ore si dilatano. Frasi piene di niente dette da persone di cui non me ne frega un cazzo. Rumore  di ghiaccio nei bicchieri vuoti.

Quando finalmente schiodo chi è con me e riesco a tornare a casa, sono stanchissima. Perché uscire per locali è un lavoro. Io non so come riescano a farlo.  L’ho fatto anche io per anni e forse sto solo invecchiando. Mi chiedo come riescano a tirare le tre de mattino tutte le sere, poi mi ricordo che il tasso di disoccupazione in questo paese è del 38% .

A volte torno a casa da lavoro e mi chiama qualcuno. Dico che sono stanca dei locali, espongo le mie tesi, tiro fuori la scusa che sono a corto di soldi.

Prima di attaccare quello che sento è:

“Sì, ma poi esci?”