Sì, ma poi esci?

Sto attraversando un altro dei miei periodi. Uno di quelli assolutamente controtendenza nel mondo del cool, del trendy, dei locali, delle serate, persino del radical chic. Banalmente tradotto: non ho voglia di uscire. Comincia la (forse) primavera e a me parte lo spleen da relazioni sociali forzate. Ora, prima di autodiagnosticarmi tutta una serie  di patologie legate alla sociopatia bisognerebbe fare un salto indietro, per allargare un minimo la visuale. Zoom indietro lungo.

Di più.

Ok, perfetto.

Zoom piano avanti fino a quel locale, no, non quello accanto (lo so che è uguale ma non possiamo descriverli tutti)( qui di regola si aprirebbe un metatesto infinito su coloro che se non girellano da un posto alcolico all’altro sbevazzando a più non posso fino a caracollare al limite del coma etilico sul più vicino marciapiede\macchina dell’amico\ casa in prestito\ comando dei  carabinieri non sono contenti, ma vi risparmio e non l’aprirò), quel localino lì dicevamo, con quella bella fauna in mostra all’ingresso. Fauna mista, come l’insalata: clubbers in attesa, hipsters, wannabe hispsters, padroni di cani,  cani da soli, sedicenti artisti\fotografi\videomakers, djs, wannabe djs, alcolizzati e basta, ragazzine and so on.

Ecco, a me un posto dove tutti quelli che hanno gli occhiali hanno lo stesso tipo di occhiali mi mette l’ansia. Mi mette ansia sapere che addirittura c’è gente che non ha bisogno di occhiali. Ma li indossa. I posti in cui si sente nominare continuamente “Londra” e ”Berlino” così, come fosse un intercalare, mi provocano un disagio interiore e una pena cosmica. Non è che se questa città vi  sta stretta basta dire 477654738 volte Londra e Berlino in una sera per emanciparvi. Non è che tediare l’uditorio con i vostri racconti di “quando stavate a Berlino” vi rende più interessanti.

Ho vissuto a Londra per un po’ e non ne parlo mai. Che poi diciamocelo, se come me facevi la cameriera, uscivi un po’ e giravi per la  città, andavi a ballare un paio di volte non è che la vita fosse proprio diversa da Torino. Le persone ti calcolano un po’ meno, la metro funziona meglio, ma il vomito degli ubriachi che pulivo era identico.

Ma torniamo al localino. Di norma, un dj set  all’aperitivo. Musica da aperitivo. Che cavolo di genere è la musica da aperitivo? Perché è così che ti rispondono quando chiedi cosa mettono. Musica da aperitivo. Vabbè. La fauna si accalca al buffet, ordina da bere, chiacchiera. Djs con djs, hipsters con hipters ecc. Un esperimento antropologico a compartimenti stagni.

Il giro delle bevande raddoppia, triplica e loro parlano, vanno a berne uno al locale accanto, tornano. I loro cani si chiedono che male hanno fatto per dover subire questo supplizio, tutte le sere. Il tempo passa. Ogni volta che vedono qualcuno che conoscono sono urla profuse, baci, abbracci , euforia alcolica immotivata che rende le scene piene del pathos che in genere pervade gli arrivi degli aeroporti. Di sicuro si sono visti la sera prima. O magari poco prima.

Il tempo continua a  passare ma loro non mollano. In momenti come questi ho la sindrome dell’ oggetto transizionale infantile. In parole povere: vorrei la copertina di Linus dei Peanuts. Accarezzarla un pochino e con la mente perdermi in sensazioni rassicuranti. Invece no, sono qui, a sperimentare l’intolleranza verso il mondo, mentre la gente intorno si trasforma in un quadro di Bosch. Le ore si dilatano. Frasi piene di niente dette da persone di cui non me ne frega un cazzo. Rumore  di ghiaccio nei bicchieri vuoti.

Quando finalmente schiodo chi è con me e riesco a tornare a casa, sono stanchissima. Perché uscire per locali è un lavoro. Io non so come riescano a farlo.  L’ho fatto anche io per anni e forse sto solo invecchiando. Mi chiedo come riescano a tirare le tre de mattino tutte le sere, poi mi ricordo che il tasso di disoccupazione in questo paese è del 38% .

A volte torno a casa da lavoro e mi chiama qualcuno. Dico che sono stanca dei locali, espongo le mie tesi, tiro fuori la scusa che sono a corto di soldi.

Prima di attaccare quello che sento è:

“Sì, ma poi esci?”

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9 thoughts on “Sì, ma poi esci?

  1. Io mi vergognavo a dire “Faccio il blogger” e ho provato a dire per un paio di giorni “scrivo articoli non pagati per google cercando di smerciare roba per amazon”, ma mi vergognavo troppo.

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