Dopamina, cilindri e una luce che non si spegne mai.

Il mio rapporto coi mezzi pubblici è noto: un misto di odio-amore-nevrosi che però è un compromesso che ho imparato ad accettare con  molto autocontrollo soprattutto nei giorni in cui la nevrosi ha il sopravvento. In quelli come oggi in cui sono totalmente votata all’amore, i mezzi pubblici sottolineano questa condizione con un bel tratto di evidenziatore. La musica fluisce dagli auricolari al mio cervello in una sorta di filo diretto tra mp3 e zona del piacere portando con sé  piccole esplosioni di dopamina che sono esattamente quello di cui ho bisogno per la maggior parte del tempo in cui sono sveglia. Perciò sul tram sono distratta e mi accorgo poco di quello che capita e più di tutto non sento le stronzate che dice la gente. Una perfezione elaborata dopo anni di studi consapevoli, mica fortuita.

Nell’istante in cui mi appresto a scendere, tra le decine di persone ferme in attesa del tram, scorgo lui. Un nido di ricci castani, la faccia felice di quello che aspetta qualcuno, che è diversa da quella di chi aspetta soltanto. Mai transito di un complemento oggetto ha prodotto un’espressione più beata. Lo vedo e lo fisso per qualche secondo anche perché non notarlo è impossibile: ha un cappello a cilindro in testa. Rosso.

Scruta ansioso la massa di carne in procinto di investirlo mentre le porte del tram si aprono, incrocia il mio sguardo e mi fugge,  gli occhi instancabili di chi non ha tempo da perdere. Poi di colpo si illumina d’immenso – d’immenso, sì- e la vede.

Ha comprato un cappello a cilindro per andare ad aspettare il suo complemento oggetto preferito alla fermata del tram. Mentre si abbracciavano e si baciavano li ho osservati  per un po’ e mi è  stato difficile non superare il tempo in cui uno sguardo si trasforma in stalking o voyerismo ma mi è sembrata una piccola cosa veramente bellissima.

L’ho immaginato quando ha avuto quell’idea.

Quando è partito alla ricerca del suo cilindro, ché ancora mi chiedo dove l’ha trovato.

Ho pensato a lui in un  negozio dal sapore antico, mentre se lo calcava in testa e ad alta voce diceva : Perfetto. Agli altri clienti che sorridevano.

A lui questa mattina, girato di tre quarti davanti allo specchio.

All’anticipo con cui è partito, a quello con cui è arrivato.

E poi a lei,  ma per un secondo soltanto, che era con me sul tram e stava per incontrare quei ricci castani. Al suo sorriso deflagrato quando ha capito che quel cappello era la sommità del suo nido prediletto.

E poi niente, me ne sono andata. Un po’ arrabbiata veramente, perché a me alle fermate non mi aspetta mai nessuno, meno che mai con un cappello strano. Tutto in ordine quindi, amore-odio-nevrosi. Questa storia dell’infallibilità delle mie teorie sta diventando una condanna.

There is a light that never goes out, cantano gli Smiths dall’mp3 al mio cervello, mentre il mio broncio diventa tutt’uno con la  consapevolezza che l’amore, se è  vero, arriva in anticipo e ti aspetta con un cilindro di velluto rosso alla fermata del tram. Così, giusto  per vedere la faccia che fai.

 

 

 

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