Sangre Menstrual: Times are hard for bleeders

Qualche giorno fa stavo abilmente cazzeggiando su internet quando mi sono improvvisamente accorta che sono tempi duri per i sognatori. (cit.) (il cit. va un casino di moda da un po’ di tempo a questa parte).

Non puoi distrarti un attimo dalle Femen&Co. che ecco che ti spuntano le SANGRE MENSTRUAL.Immagine

Le Sangre Menstrual (che hanno un creativo\copy uscito da poco dall’internato) sono un collettivo spagnolo di donne tese alla rivendicazione delle mestruazioni. Ditelo  un po’ con me: MESTRUAZIONI.

Scandite bene: M-E-S-T-R-U-A-Z-I-O-N-I.

Non vi sentite già meglio? No, perché io non riesco a trarne beneficio, essendo termine da me usato e, a seconda dei  periodi, anche abusato. Ma loro, le SM, assicurano che dobbiamo toglierci il tabù di pronunciarla, questa parola, e di ripeterla quasi fosse uno slogan dai significati reconditi, mentre ce ne andiamo in giro a cavallo dei nostri assorbenti alati. Ahhhhh, non sentite già il profumo della libertà?.

Ad ogni modo, non contente del nome che si sono imposte, hanno deciso di puntare tutto sull’outfit. E cosa meglio di pantaloni bianchi macchiati di rosso in mezzo alle cosce? Il loro creativo era in brodo di giuggiole, loro non erano così convinte temendo che l’abbinata nome-outfit fosse poco esplicativa, ma alla fine tra un briefing,  un brainstorming e un acquisto compulsivo di nuvenia pocket, la pace è stata fatta.

Cosa mancava all’appello perché un movimento potesse chiamarsi tale? Un manifesto. Il creativo\copy non ci poteva credere. “però lo scriviamo noi, che le MESTRUAZIONI  ce le abbiamo davvero e basta con queste discriminazioni di  genere, non è che solo perché sei uomo puoi arrogarti il diritto, anzi la tirannia di usurpare un corpo che ti è estraneo e non comprendi e quindi manipolare un potere che è quello del nostro utero e bla bla bla. ” Il copy a terra in preda a crisi epilettica.

Insomma è stata dura, inconvenienti ce ne sono stati molti, ma alla fine, voilà, il parto c’è stato. Ed è stato questo:

MANIFESTO PER LA VISIBILITÀ DELLE MESTRUAZIONI:

Per quelli che ci hanno addottrinato al usa e getta. Per tutti quelli che speravano che rifiutassimo indefinitivamente il nostro proprio corpo.
Questo è il succo delle nostre viscere dal quale non scappo, una macchia senza limiti, un rispremere che non potete fermare. Il mio corpo si disperde, il mio pensiero anche. Con queste mutande macchiate di sangue come bandiera contro la dottrina del Potere, contro le strutture stabilite, vi faccio sapere che:
-Nel mio corpo decido io e così, ogni mese, mi libero dell’endometrio riaffermandomi nella mia decisione di controllare la capacità di riproduzione del mio corpo. Nella mia carne comando io.
Ci riusciste a suo tempo però ormai non mi vergogno più di macchiarmi e incluso decido volontariamente farlo esibendolo pubblicamente.(????? n.d.a.)
– Mi macchio e non mi fa schifo. Mi macchio e non mi faccio schifo. Non rifiuto il mio corpo, questa è la mia natura.
– E neanche sono malata quando ho le mestruazione, non stò male. Esattamente al contrario, mi riciclo in ogni periodo. (questa è una super finezza che levatevi tutti n.d.a.)
– Non è una maledizione nè (sic) un castigo divino. È una attività ormonale.

– Siamo stufe dei pregiudizi mestruali, della invisibilità.
– Visibilizzare le mestruazioni per visibilizzare il corpo come spazio politico.
Ci siamo stufate di chiedere assorbenti tra sussurri e sguardi complici. Con questo manifesto metto un punto finale alla tirannia in cui mi avete educato. Non ci sarà più permissività da parte mia, le mestruazioni sono mie.” 

Francamente, non so da dove cominciare. Voglio solo pensare che sia stato tradotto con Google Translate e non da qualche mentecatta italofona che ancora non si è ripresa da quell’acido nel ’68  a Barcellona in cui credeva di esser morta ed essersi reincarnata in un pavone di montagna.

Andiamo per ordine ché non so se mi sto sentendo male o questo è uno dei migliori antidepressivi in circolazione.

Il destinatario è chiaro: Per quelli che ci hanno addottrinato al (sic) usa e getta. Per tutti quelli che speravano che rifiutassimo indefinitivamente (stra sic) il nostro proprio corpo.

Questo “usa e getta” a cosa si riferisce? Tampax? Salvaslip? Assorbenti con lactiflex? Non capisco. E nel caso fosse questo, dovremmo tornare ai pannolini di cotone delle nonne? Quelli che dopo ogni uso si lavano alla fontana del paese? È questa la visibilità di cui parlano? Lo sbandieramento selvaggio del cencio insanguinato in piazza come già fu durante la Rivoluzione Francese con le teste dei ghigliottinati? Sono perplessa.

Questo è il succo delle nostre viscere” . Cosa? Questo non è il succo di un bel  niente, non è un simbolo,  è il modo in cui il corpo si sbarazza del materiale di scarto. Che poi, pensateci, meno male che la natura si è inventata di farci sanguinare nelle mutande e non da altre parti, che so, dalle mani, si sarebbero rischiati svariati miracoli ogni mese.  Brave per l’inventiva, ma per me è no.

Ma ecco che arriva il capolavoro, l’apoteosi della poetica e la vera essenza del movimento (perché senza un po’ di lotta al potere dove volete andare signore mie?) delle SM: “Con queste mutande macchiate di sangue come bandiera contro la dottrina del Potere”.

Prego?

“Parole a caso di malcontento politico che servono a darvi un tono”,  suggerisce il creativo. “Perfetto”, annuiscono loro con le faccine ottuse e convinte.

“ E lo ribadiamo anche sotto, dove diciamo che vogliamo visibilizzare (che è un verbo che non esiste, ho controllato sul Garzanti nuova edizione) le mestruazioni per visibilizzare il corpo come spazio politico.” Era in forma quel giorno, il copy, doveva aver preso tutte le medicine al giusto orario. “Parallelismi con l’inquietante sopruso politico e territoriale che odora anche un po’ di Imperialismo ed egemonia dell’Occidente”. “Perfetto” continuano a ripetere loro, con il nulla negli occhi, “Perfetto”.

Ma proseguiamo in quest’avvincente viaggio pregno di significato nell’affascinante mondo del mestruo consapevole. Come se si potesse non esserlo. Gesù.

Mi libero dell’endometrio riaffermandomi nella mia decisione di controllare la capacità di riproduzione del mio corpo. Nella mia carne comando io.” Cosa spinge queste pulzelle dalla cultura superiore a voler dimostrare che il sanguinamento è controllato e volontario? Cos’hanno nella testa per poter affermare con questo piglio rivoluzionario che il loro sangue dopo l’ovulazione viene espulso come decisione di riaffermare la capacità che ognuna di noi ha di riprodursi? Quanto avevano in biologia al liceo? Conosco un po’ di donne che non hanno minimamente l’intenzione di riprodursi e sapete cosa, care SM? Non ci crederete, ma sanguinano ogni mese anche loro. Pazzesco, eh.

Ci riusciste a suo tempo però ormai non mi vergogno più di macchiarmi e incluso decido volontariamente farlo esibendolo pubblicamente”. E qui niente, dichiaro la resa, non ho capito. Giuro.

Glissando ( e sudando non poco) passerei a quel meraviglioso e travolgente esercizio di stile che si concretizza in “mi riciclo in ogni periodo”: una sola frase, due rimandi alle mestruazioni. Se non è comunicazione  a livelli superiori questa, ammazza che brave.

Ma il delirio di onnipotenza non finisce qui. Lo sgambetto finale al buon senso è dato da questa superba asserzione di rivendicazione : “Ci siamo stufate di chiedere assorbenti tra sussurri e sguardi complici”. Che io ricordi, mi dev’esser successo un paio di volte  in terza media; non ancora abituata all’appuntamento mensile è capitato che abbia dovuto sperimentare a mie spese che gli assorbenti non si materializzano da soli nello zaino. Punto. Mi immagino invece loro, carampane scafate del mestruo che ogni volta in mezzo alla folla bisbigliano e si danno circospette di gomito. Le donne che sussurravano ai Lines Seta Ultra.  Eppure non è difficile: mestruazioni= assorbente  in borsa. Eddai.

La chiosa poi, ha il sapore antico delle rivoluzioni vere, non queste. “Le mestruazioni sono mie”. Ora, care le mie Sangre Menstrual, ditemi, ma a voi qualcuno ha mai osato rubarle? Estorcerle con la violenza? Qualcuno si è mai sognato di impossessarsi delle vostre perdite mensili? Ve le hanno invidiate, gli uomini, per caso? Quelle col flusso scarso forse anelano ad un flusso abbondante?

Continuo a non capire. A scuotere la testa e non capire.

Se penso al fatto che molto spesso io mando il mio fidanzato a comprare gli assorbenti  senza nessuna paura che voglia portarmi via il mio prezioso sangue mestruale mi guardereste con disgusto e delusione. In genere funziona così: io sono sciatta e sto male (o anche solo lievemente male) e lui parte in missione. Puntualmente, quando si ritrova al cospetto  di quel tripudio di colori che è l’apposita corsia del supermercato, mi chiama e mi dice: “senti amore, ma cosa vuol dire QUELLI VIOLA? ce n’è 6758748748 VIOLA, puoi esser più precisa?” io rido e mi slogo la mandibola  finché non arriva a casa con quelli SUPERFLUSSONOTTIEXTRA, delle dimensioni di un materassino da spiaggia, poi mi incazzo, urlo, mi lagno un po’,  facciamo pace e lui per cena mi compra la pizza.

La morale della favola qual è?

È che Io posso, CI HO IL MESTRUO!

 

 

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Sì, ma poi esci?

Sto attraversando un altro dei miei periodi. Uno di quelli assolutamente controtendenza nel mondo del cool, del trendy, dei locali, delle serate, persino del radical chic. Banalmente tradotto: non ho voglia di uscire. Comincia la (forse) primavera e a me parte lo spleen da relazioni sociali forzate. Ora, prima di autodiagnosticarmi tutta una serie  di patologie legate alla sociopatia bisognerebbe fare un salto indietro, per allargare un minimo la visuale. Zoom indietro lungo.

Di più.

Ok, perfetto.

Zoom piano avanti fino a quel locale, no, non quello accanto (lo so che è uguale ma non possiamo descriverli tutti)( qui di regola si aprirebbe un metatesto infinito su coloro che se non girellano da un posto alcolico all’altro sbevazzando a più non posso fino a caracollare al limite del coma etilico sul più vicino marciapiede\macchina dell’amico\ casa in prestito\ comando dei  carabinieri non sono contenti, ma vi risparmio e non l’aprirò), quel localino lì dicevamo, con quella bella fauna in mostra all’ingresso. Fauna mista, come l’insalata: clubbers in attesa, hipsters, wannabe hispsters, padroni di cani,  cani da soli, sedicenti artisti\fotografi\videomakers, djs, wannabe djs, alcolizzati e basta, ragazzine and so on.

Ecco, a me un posto dove tutti quelli che hanno gli occhiali hanno lo stesso tipo di occhiali mi mette l’ansia. Mi mette ansia sapere che addirittura c’è gente che non ha bisogno di occhiali. Ma li indossa. I posti in cui si sente nominare continuamente “Londra” e ”Berlino” così, come fosse un intercalare, mi provocano un disagio interiore e una pena cosmica. Non è che se questa città vi  sta stretta basta dire 477654738 volte Londra e Berlino in una sera per emanciparvi. Non è che tediare l’uditorio con i vostri racconti di “quando stavate a Berlino” vi rende più interessanti.

Ho vissuto a Londra per un po’ e non ne parlo mai. Che poi diciamocelo, se come me facevi la cameriera, uscivi un po’ e giravi per la  città, andavi a ballare un paio di volte non è che la vita fosse proprio diversa da Torino. Le persone ti calcolano un po’ meno, la metro funziona meglio, ma il vomito degli ubriachi che pulivo era identico.

Ma torniamo al localino. Di norma, un dj set  all’aperitivo. Musica da aperitivo. Che cavolo di genere è la musica da aperitivo? Perché è così che ti rispondono quando chiedi cosa mettono. Musica da aperitivo. Vabbè. La fauna si accalca al buffet, ordina da bere, chiacchiera. Djs con djs, hipsters con hipters ecc. Un esperimento antropologico a compartimenti stagni.

Il giro delle bevande raddoppia, triplica e loro parlano, vanno a berne uno al locale accanto, tornano. I loro cani si chiedono che male hanno fatto per dover subire questo supplizio, tutte le sere. Il tempo passa. Ogni volta che vedono qualcuno che conoscono sono urla profuse, baci, abbracci , euforia alcolica immotivata che rende le scene piene del pathos che in genere pervade gli arrivi degli aeroporti. Di sicuro si sono visti la sera prima. O magari poco prima.

Il tempo continua a  passare ma loro non mollano. In momenti come questi ho la sindrome dell’ oggetto transizionale infantile. In parole povere: vorrei la copertina di Linus dei Peanuts. Accarezzarla un pochino e con la mente perdermi in sensazioni rassicuranti. Invece no, sono qui, a sperimentare l’intolleranza verso il mondo, mentre la gente intorno si trasforma in un quadro di Bosch. Le ore si dilatano. Frasi piene di niente dette da persone di cui non me ne frega un cazzo. Rumore  di ghiaccio nei bicchieri vuoti.

Quando finalmente schiodo chi è con me e riesco a tornare a casa, sono stanchissima. Perché uscire per locali è un lavoro. Io non so come riescano a farlo.  L’ho fatto anche io per anni e forse sto solo invecchiando. Mi chiedo come riescano a tirare le tre de mattino tutte le sere, poi mi ricordo che il tasso di disoccupazione in questo paese è del 38% .

A volte torno a casa da lavoro e mi chiama qualcuno. Dico che sono stanca dei locali, espongo le mie tesi, tiro fuori la scusa che sono a corto di soldi.

Prima di attaccare quello che sento è:

“Sì, ma poi esci?”

Tanatosi o della Non Assunzione di Responsabilità.

Nel mondo animale è chiamato Tanatosi, dal greco “thanatos”: “(θάνατος): è un comportamento che alcune specie adottano sia quando si sentono minacciati (difesa) sia quando si trovano in situazioni in cui devono mostrare aggressività (attacco).

È diffuso negli insetti ma è presente anche in ragni, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi e  consiste nella simulazione di uno stato di morte apparente, con sospensione totale dei movimenti, accompagnata a volte dall’esposizione delle parti ventrali e dall’apertura della bocca; alcuni rettili poi, espellono liquidi maleodoranti simili al caratteristico odore che ha la carne in putrefazione.

In ultimo, la tanatosi è utile ad alcuni pesci per predare, anziché salvarsi.   Si adagiano  sul fondo sedimentoso del mare ed assumono una colorazione a macchie; in tal modo, gli animali “spazzini” che si cibano di pesci morti si avvicinano, ma restano vittime dell’attacco.

Essendo l’uomo un mammifero e non essendosi evoluto quanto basta, a mio avviso, da maturare comportamenti di difesa e attacco propri,  il discendente dell’ Homo Sapiens ricorre spesso e volentieri alla tanatosi , in genere in momenti in cui la sua vita non è assolutamente minacciata.

La tanatosi umana è riconoscibile da piccoli ma importantissimi fattori: spessissimo è associata all’ottundimento sensoriale provocato da alcol, droghe,  sonno o dall’astenia (sensazione generalizzata di stanchezza).

Abbiamo tutti un amico, un fratello o una sorella, un genitore o un partner che, in momenti di stress fisico o emotivo  si tanatosizza per bene sul divano, non parla, non comunica (secondo lui), riduce le funzioni vitali al minimo e in genere sfodera l’arma segreta: lo sguardo da cane bagnato. Tipo che tu sei lì che  attraversi una stanza e lui tac,  ti spara in faccia lo sguardo melenso e vittimistico  tipico del canide che è rientrato in casa infangato dopo aver scorrazzato nell’aiuola sotto casa. A quel punto tu, padrone del cane, in genere ti intenerisci, tiri fuori la voce più idiota che possiedi e lo coccoli a suon di “non ti preoccupare amore della mamma”. Di solito, dopo  “amore della mamma” il cane bagnato percepisce in voi la resa ma per coerenza non può  permettersi di ritirare il suo aspetto dimesso.

Possedendo L’Homo Sapiens Tanatosizzatus un cervello lievemente più evoluto del canide, sa che il meccanismo può esser ripetuto infinite volte con infinite varianti. C’è una decisione che non riesco a prendere? Tanatosi sul divano con birra.  Il mio lavoro mi fa schifo però non lo lascio? Tanatosi  associata a lamentosi. La mia storia è finita da un pezzo e la quotidianità è tenuta in vita artificiale dall’inerzia? Tanatosi  multipla con sonno letargico et voilà, il giorno dopo si ricomincia con la stessa merda. Da capo. Forever.

La regola  fondamentale della tanatosi  (affinché sia tanatosi reale) è quella  universalmente riconosciuta del Fight Club, ovvero : Non Si Parla della Tanatosi.

Mai. Never.

Se per caso vi venisse mai in mente anche solo di accennare al tanatosizzato che si sta inequivocabilmente tanatosizzando, beh, non è vera tanatosi. Come in natura ad azione corrisponde reazione e la reazione non rientra nel vocabolario del soggetto che stiamo analizzando. Quindi, per riassumere: tanatosi+ sguardo da cane bagnato+ complice che regga il gioco. La tanatosi del regno animale non funzionerebbe se qualcuno non ci cascasse ed è proprio lì che il tanatosizzato fa leva,  su quello che conosce benissimo: il silenzio assenso.  Finche avrà al suo cospetto altri Homo Sapiens che non sollevano argomenti o questioni il ciclo si ripeterà uguale a se stesso. E sapete perché? Perché funziona. Perché ci caschiamo. Perché lo facciamo rientrare in quel contenitore con sopra l’etichetta normalità. Perché a volte persino  li comprendiamo.

Quello che sappiamo e che ci intenerisce  è che questo è un espediente di difesa.

Quello che dimentichiamo è che può essere usato per attaccare.  In silenzio.

Silenzio assenso. Il cerchio si chiude.

Miopia di una generazione

Da grande, mi dicevano, farai quello che vuoi, non adesso. “Finché vivi sotto questo tetto” e compagnia bella.

Questo succedeva negli anni Ottanta di un altro secolo, quando per me e quelli della mia generazione diventare grandi voleva dire due o tre cose: trovare un lavoro, andare via di casa, magari sposarsi. In genere, in ordine sparso.

Allora ce ne siamo andati- qualcuno prima, qualcuno molto dopo- a cercare di costruirci la fortuna sotto tetti altrui, a cercare di diventare qualcosa, ognuno con il suo motivo, la sua testa farcita di sogni e speranze, le sue  due o tre parole in ordine sparso.

Studia, mi dicevano, ché senza un diploma dove vuoi andare. Vai all’università, mi dicevano, ché i tempi cominciano a cambiare. E  magari impara l’inglese, continuavano, perché può darsi  che un giorno dovrai partire.

Noi studiavamo e imparavamo l’inglese, lavorando nel frattempo,  e andavamo avanti come muli, senza stanchezza, senza paura, con lavori di merda e i soldi che non bastavano. Ma cambierà – ci dicevamo – è solo un momento- mentivamo-. Siamo cresciuti così, con un mantra nelle orecchie a cui non riuscivamo più a credere. Ma c’era l’affitto da pagare e non ci pensavamo.

Intanto la nostra classe politica ci derideva, ci sbeffeggiava, il paese crollava sotto i colpi dell’ingiustizia e dell’inganno, cominciavamo a temere il futuro, qualcuno di noi non lo vedeva più.

Qualcuno di quelli è impazzito, qualcuno è partito. La maggior parte teneva duro, tra frustrazione e angoscia, nell’ostinazione feroce della sopravvivenza. Io ripensavo ai miei genitori, ai loro lavori facili guadagnati con poco sforzo negli anni addietro, quando tutto si poteva fare, bastava impegnarsi anche poco, bastava un pezzo di carta anche piccolo.

Pensavo a loro mentre mi dicevano che ero fortunata ad esser nata negli anni Ottanta, senza la fame, senza l’emigrazione, senza gli scioperi per ottenere qualche diritto. Ci pensavo mentre facevo due lavori e studiavo, cercando di fare al meglio ogni cosa, con la loro generazione che ci accusava di non accontentarci mai. Pensavo a me e a mio fratello, nati e cresciuti da un padre e una madre  giovani e pensavo ai mei figli che non sarebbero nati, o che sarebbero nati quando sarei stata vecchia e satura di qualsiasi cosa.

Perché anche noi figli di questa generazione ci siamo innamorati, un giorno, e siamo andati a vivere insieme- convivere, dicono loro, e mentre lo dicono storcono il naso- con ancora brandelli di sogni e speranze riposti da qualche parte, con ancora voglia di fare nonostante gli schiaffi in faccia- perché il futuro ce l’andremo a prendere, ci raccontavamo -nonostante le vostre parole, nonostante tutto.

Siamo qui, e abbiamo tutti più di trent’anni. Ci  avete ingannato.

Ci avete insegnato a restringere il campo sempre un po’ di più, a guardare a breve distanza, ad accontentarci di arrivare a domani. Siamo qui e abbiamo più di trent’anni. Il futuro lo vediamo poco e sfocato.

Avete regalato la miopia alla nostra generazione.