La bellezza della fragilità

Quello che ci hanno insegnato è che essere forti è l’unica soluzione. Che questa vita va presa di petto, sempre, altrimenti quello che succede è che ti fai vivere. Come se il passivo di un verbo automaticamente ne sminuisse la forza persuasiva e intrinseca del contenuto. Quello che non ci hanno detto, però, è che solo in un cammino costellato di infinite cadute e ascese ed errori ed emozioni piccole e grandi ed esclusivamente soggettive si nasconde il cemento che tiene insieme i frammenti di quello che siamo. Siamo esseri che facciamo acqua da tutte le parti, tenuti insieme dalla nostra forza, a quanto pare, che non è altro che il compendio di tante piccole, meschine, insignificanti e vergognose fragilità. Senza che gli aggettivi che uso abbiano per forza una connotazione esclusivamente negativa, è così che per la maggior parte del tempo ci sentiamo: piccoli, meschini, insignificanti e vergognosi. Fragili.

Vorrei davvero imputare colpe ed errori ad una società che premia gli individui instancabili ed emotivamente solidi, che non ci permette di scoprire e di scoprirci, che ancora segna a dito ogni minima  debolezza in quanto tale. Ma le debolezze sono prima di tutto umane, come siamo umani noi. E questa spersonalizzazione dell’emotività non è accettabile per troppi motivi, uno su tutti che si finisce, poi, a spersonalizzare anche se stessi. Guardateci: nell’ambiente di lavoro, in mezzo alla gente, nei noiosi pranzi  di famiglia. Guardatele le coppie finite, i bambini stanchi, i padri che a volte vorrebbero solo piangere e non lo fanno.

Fragili, non abbiamo un posto nel mondo.

Ma se per un attimo ci fermassimo a considerare che tutto ciò che ci fa tremare è solo l’inizio di qualcosa di diverso, di una catarsi piccola e personale per ognuno, forse allora anche tutte le emozioni positive potrebbero essere considerate fragili senza che a nessuno venga in mente di darne, per forza, una connotazione negativa.

Perché quando amo qualcuno con tutta me stessa sono un bicchiere di cristallo sul bordo affilato di un tavolo, e potrei rompermi se soltanto il vento cambiasse appena.

E va bene così.

Perché spesso ci sentiamo infinitamente piccoli per una vita che si contrae e si espande ad una velocità che è troppo grande persino per essere immaginata. E invece la immaginiamo e ne siamo sopraffatti. Perché a noi donne hanno prima insegnato a camminare tre passi indietro- che tanto presto o tardi arriverà qualcuno a salvarci- e poi, improvvisamente, ci hanno inculcato l’idea che essere fragili non è consentito, non  più, nemmeno per quante di noi, alla fine, hanno smesso di attendere.

Amo le fragilità per questo: perché sono umane. Perché sono piccole e dense di significato. Perché sussurrano o gridano e quello che dicono è: non ce la faccio. Non ce la faccio a portare aventi questa storia, non ce la faccio a non essere felice, non ce la faccio a contenere tutto questo amore perché ci sono giorni in cui mi sento sopraffatta dalla mia stessa forza vitale. Non ce la faccio ad amarti se ti amo solo io. Non ce la faccio più a dover dimostrare tutti i giorni quanto valgo. Ma spesso dicono cose più meschine e vergognose: non ce la faccio a lavare i  piatti perché ho lavorato per dieci ore e mi sono occupata di un sacco di piccole, meschine e vergognose faccende quotidiane, per nulla attraenti e dense di significato. Non ce la faccio ad andare in palestra perché sembrano tutte uscite da un catalogo di American Appareal. Non ce la faccio a dire: ti voglio bene ma ti sei comportato come uno stronzo. Perché siamo così convinti della perentorietà e dall’immutabilità delle nostre azioni da lasciare che ci definiscano. Perché abbiamo così paura di essere lasciati soli che crediamo fortemente che solo quando saremo indistruttibili e indipendenti e completamente centrati nelle nostre piccole esistenze saremo amati.

È il motivo per cui ci raccontiamo che questo non è ancora il momento. Ci dimentichiamo però, che è grazie a infinitesimali, meschine, discutibili e orribili fragilità che andiamo avanti, che ci sentiamo tenuti insieme, che facciamo fatica e superiamo la fatica. Che non possiamo tessere relazioni autentiche se non quando abbiamo davvero la percezione delle altrui fragilità. Quando riusciamo a sentirle nostre, perché  universali e molto poco soggettive.

Condivisibili e condivise.

Umane.

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Fino a che vorremo

Ho fatto chiarezza, stamattina, sul fondo della tazza di caffè. Ci ho trovato l’impronta dei tuoi sguardi, che non mi lasciano mai. È come dici tu: so quando mi guardi, anche se sono voltato da un’altra parte.

Tutte le volte?

La maggior parte.

So descrivere il vuoto così bene che quando scompare scompaio con lui. Non siamo mai pronti per le cose colme, il pieno è un territorio sconosciuto ai malinconici. Ho così piene le mani di quello che sei, e la testa, ed il cuore che il vuoto diventa materia imperfetta per tre quarti del nostro tempo.

Un quarto lo tengo per me.

Quel quarto lo dedico a te.

Io che non credo al destino non lo so se ti amerò per sempre. Non te lo prometto, all’ombra di questa linea spezzata di pieni e di vuoti. Nessuno di noi lo conosce ma chiunque ne parla, con l’arroganza ottusa degli speciali e dei diversi. I prediletti dal dio del per sempre, in genere, si schiantano tristi contro i lampioni a bordo strada della verità.

Io non ti giuro amore eterno. Non sono più fatta per le illusioni facili, per i sogni infranti, per gli specchi che non rendono indietro che immagini distorte. Io sono fatta dell’imperfezione della contingenza, di rincorse a perdifiato e del respiro attutito della tregua. È breve, come la consapevolezza delle vite congiunte, e per questo è mia.

Io sono fatta di geometrie e angoli, in cui nascondere il riflesso di tutte le  vite che ho vissuto. Io sono mia e di nessuno in particolare, sono tua e tua rimango, fino a che vorremo. Perché è questa la sottile differenza tra gli eletti e i prediletti, tra il sapere e lo sperare. Io sono tua finché l’abitudine vivrà fuori da quella porta, finché il lento declino di giorni tutti uguali riusciremo ad evitare. Tu sarai mio fino al giorno in cui continuerò a ridere delle tue domande irriverenti, fino a che il nostro letto sarà il teatro dell’assurdo di quei prediletti che si credono eletti. Le nostre risate contro le loro certezze.

Indovina chi sgretolerà cosa?

È per questo che non posso prometterti nessun per sempre. Che non spero. Che desidero e non ti illudo. Che vivo di un attimo alla volta, nella disperazione feroce della felicità. È breve, come la durata del sonno di chi ama, e per questo è mia, ma soprattutto nostra. Perché quando esci da una stanza io mi sento venir meno e ricordo perfettamente ogni tua parola, come hai mosso un braccio e quale angolo ha formato la curva della tua schiena. Perché quando non ci sei è il mio quarto, e io lo dedico col pensiero a te. È breve e so che tu fai lo stesso, e per questo mi sveglio tutte le mattine sul ciglio di una nuova intersezione delle nostre strade. Moltiplicare per dividere, aggiungere per sottrarre. È una matematica che conosciamo soltanto noi, manchevole del concetto di infinito. È geometria delle imperfezioni, destinata a vivere della nostra presenza.

Io non sono fatta per guidare o per seguire, ho bisogno di correre e di farlo senza un ruolo, di farmi venire il fiatone e poi ridere, fino a farmi esplodere i polmoni. Io non so se l’eternità si trova nei frammenti, nelle schegge, nella totale disattenzione dal reale. Non so se la spontaneità ci salverà, se questa libertà ha comunque un’etichetta, da qualche parte, che ancora non vediamo. So che bastarsi e bastare all’altro è un’utopia e le utopie sono ideali senza forma e spazio in cui esser circoscritte. So che io e te siamo reali, e anche se tutto mi appare sfocato, sullo sfondo di qualunque paesaggio tu ti inserisca, io so che ci sei e ci siamo.

Fino a che vorremo e fino a che vorrai,  il mio quarto – col pensiero-  lo dedico a te.

Il silenzio è un vuoto pieno

Un contenitore di cristallo che tiene insieme momenti che non hanno paura di scivolare via. Perché le parole sono di tutti, e le idee di pochi, e non ci sono battaglie vinte, a parole, che possano competere con la struggente bellezza della spontaneità del silenzio.

I corpi, invece, loro non tacciono mai. Vibrano, come diapason impazziti, anche a riposo, scomposti dal sonno. Cosa dice il silenzio del mio corpo? Vorrei guardarmi da fuori, ogni tanto, per carpire la mia immagine da dentro i tuoi occhi, che invece, non tacciono mai. Vorrei toccarmi con le tue mani, almeno una volta, per riempire questo vuoto di sensi che sento solo io. L’incompletezza dell’essere riempita dal vuoto dei nostri silenzi, per il quale nessuna parola sarebbe abbastanza.

Gli attimi condivisi diventano sinestesie improvvise: le pareti di una stanza fanno rumore, se tacciamo per un tempo abbastanza lungo. I contorni delle cose non svaniscono, assumono consistenze penetranti, fili d’acciaio nel burro. Io penso a colori il più delle volte e poi devo desaturare quello che dico, per farcelo stare nel mondo, perché la voce sincopata dei miei pensieri si abbini con quello che c’è fuori.

Ma nel silenzio, vedi, tutto questo non esiste. Esistono solo frammenti disossati di tempo e spazio, vuoto-pieno-vuoto, che nessuno sente la necessità di riempire, che a nessuno verrebbe in mente di violare. È una libertà concessa a pochi, allo stremo delle forze. Il vuoto pneumatico di una concentrazione di intenzioni.  Non ci sono bisogni, né sacrifici, e nemmeno dolore. C’è soltanto la sensazione che tutto sia, finalmente, nel posto in cui debba stare. La meraviglia di stelle su un soffitto, il sapore sotto la lingua di tutti gli oceani del mondo.

Quando non c’è niente da dire. Quando il rumore di fondo è tutto quello che si possa desiderare. Quando niente basta e avanza e perciò tutto avanza.

E basta.

Lo squarcio di un sorriso diventa universo. La polvere che entra da una finestra è mondo in miniatura. Senza rumore.

Ho imparato dal silenzio l’egoismo della sopravvivenza. Il concedermi sempre qualcosa che non possa essere spiegato. Murarmi viva nella mia stessa carne per sconfinare poi nello splendore conflagrato della solitudine. Ho imparato dal silenzio l’empatia per le persone. I loro ecosistemi di segni e verbi, le loro mancanze manifeste, i vuoti assordanti nelle trame delle loro azioni. Riempire-svuotare-riempire. Il finire per non esserci affatto, essendo troppo occupati nel processo. Accendi la radio, la tv, parla, comunica, sovrasta qualcuno con un suono più forte. Grida ancora una volta, alzati in piedi. Dove non  arriva il rumore, che arrivi la materia, quello che sei, l’altezza dalla tua testa ai tuoi piedi.

Guarda il tuo pugno serrato quando hai finito.

Aprilo.

Scopri che quello che stai stringendo è il vuoto.

Perciò, quando trovi qualcuno che non ha necessità di riempire tutto, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca e condividere il silenzio in santa pace– per dirla con Mia Wallace- non farlo andare via.

L’assenza di suoni- per me- è il mastice delle esistenze affini.

Forse solo il silenzio esiste davvero. (José Saramago)

Il destino delle lenzuola

Il destino delle lenzuola è uno e multiplo di se stesso: aggrovigliarsi ai corpi come solo i ricordi sanno fare. Amarti fino al mattino e poi abbandonarti, amarti ancora e poi lasciarti, ma solo fino alla prossima notte di cui non si potrà fare a meno.

Il mio destino è racchiuso nel cerchio perfetto delle tue mani che non mi lasciano scampo. Mai. Cado lentamente dentro il tuo letto solo per  farmi strangolare -ancora- da una morte dolcissima e sensuale, da un rumore di lenzuola scivolate a terra. Il respiro artificiale delle nostre notti, delle mie albe e di tutto ciò che può contenere il tempo, in mezzo.

Perché poi è tutto lì, bloccato nella ferocia implacabile di pelle incollata su pelle, di cuscini scaraventati negli angoli, di stanze della mia mente che non ti lasciano andare via. Il mio destino è uno soltanto, antitetico e antipodico a quello delle tue lenzuola, perché io non mollo la  stretta del tuo pensiero mai. Perché io non riesco ad amarti fino al mattino soltanto e poi come niente fosse lasciarti sgusciare verso il giorno che avanza. Perché io non peso niente, come dici tu, che misuri il mondo in grandezze per me sconosciute. L’impronta che lascio è poca, fuori, rispetto al marchio a fuoco vivo che ho impresso dentro.

I nostri viaggi sono fatti di arrivi e fermate su superfici orizzontali, di occhi chiusi e bocche spalancate, di ore di luce e buio che si confondono come in un acquario. Le nostre mete hanno vita effimera e il sapore dell’eterno, sanno di sudore condensato e lacrime.  Posso aprire una fessura tra le palpebre e intuire i contorni delle tue lenzuola, sempre. Come se mi osservassero, sfinite  e inutili. Se avessi la forza le strapperei e ti ci benderei, per renderti sfinito e inutile,  ma non è quello il loro destino. In un mondo perfetto si arrampicherebbero sul mio corpo come edera, comprimendo i miei punti vitali per continuare a vivere. In un mondo  estremamente perfetto avrei radici rampicanti come loro, in grado di sopravvivere a qualsiasi tempesta.

Ma il mondo visto attraverso le tue lenzuola è perfetto in sé e per questo tu di notte mi stringi come se niente importasse di più e allora io mi trasformo nel muro su cui ti aggrappi, mentre i sogni ti si accalcano in testa, dietro il buio dei tuoi occhi chiusi. Me li racconterai in una frase al mattino -la mia favola del buongiorno- mentre sguscio via,

implacabile,

verso il giorno che avanza.

E invece io

C’erano molte cose che avrei potuto fare e molti modi in cui avrei potuto sentirmi. Avrei potuto piangere, e molto. Forse, in casi come questi, bisognerebbe piangere. Sui propri fallimenti, sulle proprie paure, sui sogni infranti che scivolano via come cocci di vetro scagliati lontano. Riverberano al sole e moltiplicano riflessi iridescenti, ma ormai non ci sono più io a potermene accorgere.

Non c’è più nulla di tuo in questa casa. I condizionali che usi li ho ingoiati a colazione. Fuori sembrava dovesse piovere sulle nostre disgrazie banali e invece no, mentre il giorno si trasformava nel conato di una tristezza non più tale.  L’arte di farsi trapassare la carne la conosco molto bene, me l’hai insegnata tu, che non avevi paura degli aghi ma nascondevi i piercing a tuo padre.

L’arte di farmi a pezzi, invece, te l’ho insegnata io, un po’ alla volta ma senza dartene controllo. Una Sylvia Plath un po’ più triste e meno ispirata si aggirava negli androni deserti della tua vita, trapassata dalle azioni e dagli  sguardi. Vetro.

C’erano molti modi in cui uno poteva sentirsi, nel simulacro imbruttito di quella che era stata una casa, camminando a piedi scalzi tra i ricordi, il dolore, la gioia e il sollievo, mentre il giorno non ne voleva sapere di finire. Avrei dovuto essere arrabbiata, straziata, ferita, triste o qualcos’altro, che adesso però, non ho parole per spiegare.

E invece io

quella sera

mi sono messa a ballare

nelle stanze vuote.

 

 

Dopamina, cilindri e una luce che non si spegne mai.

Il mio rapporto coi mezzi pubblici è noto: un misto di odio-amore-nevrosi che però è un compromesso che ho imparato ad accettare con  molto autocontrollo soprattutto nei giorni in cui la nevrosi ha il sopravvento. In quelli come oggi in cui sono totalmente votata all’amore, i mezzi pubblici sottolineano questa condizione con un bel tratto di evidenziatore. La musica fluisce dagli auricolari al mio cervello in una sorta di filo diretto tra mp3 e zona del piacere portando con sé  piccole esplosioni di dopamina che sono esattamente quello di cui ho bisogno per la maggior parte del tempo in cui sono sveglia. Perciò sul tram sono distratta e mi accorgo poco di quello che capita e più di tutto non sento le stronzate che dice la gente. Una perfezione elaborata dopo anni di studi consapevoli, mica fortuita.

Nell’istante in cui mi appresto a scendere, tra le decine di persone ferme in attesa del tram, scorgo lui. Un nido di ricci castani, la faccia felice di quello che aspetta qualcuno, che è diversa da quella di chi aspetta soltanto. Mai transito di un complemento oggetto ha prodotto un’espressione più beata. Lo vedo e lo fisso per qualche secondo anche perché non notarlo è impossibile: ha un cappello a cilindro in testa. Rosso.

Scruta ansioso la massa di carne in procinto di investirlo mentre le porte del tram si aprono, incrocia il mio sguardo e mi fugge,  gli occhi instancabili di chi non ha tempo da perdere. Poi di colpo si illumina d’immenso – d’immenso, sì- e la vede.

Ha comprato un cappello a cilindro per andare ad aspettare il suo complemento oggetto preferito alla fermata del tram. Mentre si abbracciavano e si baciavano li ho osservati  per un po’ e mi è  stato difficile non superare il tempo in cui uno sguardo si trasforma in stalking o voyerismo ma mi è sembrata una piccola cosa veramente bellissima.

L’ho immaginato quando ha avuto quell’idea.

Quando è partito alla ricerca del suo cilindro, ché ancora mi chiedo dove l’ha trovato.

Ho pensato a lui in un  negozio dal sapore antico, mentre se lo calcava in testa e ad alta voce diceva : Perfetto. Agli altri clienti che sorridevano.

A lui questa mattina, girato di tre quarti davanti allo specchio.

All’anticipo con cui è partito, a quello con cui è arrivato.

E poi a lei,  ma per un secondo soltanto, che era con me sul tram e stava per incontrare quei ricci castani. Al suo sorriso deflagrato quando ha capito che quel cappello era la sommità del suo nido prediletto.

E poi niente, me ne sono andata. Un po’ arrabbiata veramente, perché a me alle fermate non mi aspetta mai nessuno, meno che mai con un cappello strano. Tutto in ordine quindi, amore-odio-nevrosi. Questa storia dell’infallibilità delle mie teorie sta diventando una condanna.

There is a light that never goes out, cantano gli Smiths dall’mp3 al mio cervello, mentre il mio broncio diventa tutt’uno con la  consapevolezza che l’amore, se è  vero, arriva in anticipo e ti aspetta con un cilindro di velluto rosso alla fermata del tram. Così, giusto  per vedere la faccia che fai.

 

 

 

D-esistere.

Ogni tanto ti mandavo poesie. Dentro alle mail si confondevano in mezzo alle offerte speciali, ai coupon di cerette e massaggi, alle fatture della Vodafone, alle tue cose di lavoro. Vedevi il mio nome nella confusione digitale e con quella vista selettiva che non so proprio come possa essere, ad un certo punto, entrata a  far parte delle facoltà umane, ci cliccavi sopra. Aprivi le mie poesie e non rispondevi mai. E so che sbagliavo, perché avrei dovuto leggertele, una volta a casa, -di sera,  con la luce un po’ bassa, magari- ma tu lo odiavi. E io desistevo.

Desistere. Se non ne conoscessi l’etimo mi piacerebbe spiegartela cosi: D-esistere: non esistere, smettere di esserci. Ho smesso di esserci nelle poesie che ti mandavo e piano piano in molte altre cose, sapendo benissimo cosa stavo facendo. Ho smesso di esistere  nelle righe che non ho letto per  te, in Prevért che ho lasciato in un angolo per via del  tuo francese così perfetto, in Hikmet e in Nordbrandt,- mi vedevi scorrere il suo danese e sorridere mentre io ritornavo bambina incapace di comprendere i segni sul foglio-  in Vivian Lamarque, nei passi dei libri che mi spettinavano e volevo condividere e che immancabilmente rimanevano confinati dentro la mia bocca, nella  voce silente di me che leggevo sul letto, a stella marina.“Spostati un po’”, mi dicevi, mentre friggevo dentro a Infinite Jest.  Ti guardavo con la faccia di quella che pensa tu non puoi capire.

Ti ho perso dentro un qualche giorno banale, con la pioggia e la città che non si fermava, con le parole che diventavano colpi d’ascia, ma arrugginite, asce d’estate. Avevano fatto il loro tempo. Era così che ti rivolgevi ai tuoi libri di Saramago? Forse ero io.

Ho dimenticato di  esserci nelle mattine pigre in cui il tempo non si fermava, semplicemente ti abbandonava, vi abbandonavate entrambi, lasciandomi sola. Ma io non sono mai sola.

Avrei dovuto leggerti le parole che ti mandavo, leggertele anche solo al telefono e avresti capito da come mi trema la voce che stavamo per perderci in un giorno banale. La luce è la stessa che vedresti tu se solo ascoltassi, se io solo parlassi parole non mie.

Ho desistito e tu conosci il latino. La perfezione recondita dell’etimologia dei lemmi.

De-sistere:  fermarsi dal fare qualcosa, rinunciare a uno scopo. Se apri la posta e trovi Joyce Lussu che ancora si chiede, a distanza di anni, “Vorrei sapere quando ti ho perso”, tu, ti prego, non mi rispondere.

Wishlist

In questo momento in cui si auspicano immensi e straordinari cambiamenti, in cui le speranze sono riposte nel faccione di turno che ammicca inquietante dal perimetro di un manifesto elettorale, in cui ci stanno lentamente anestetizzando le coscienze edulcorando la realtà e travisandola, in un momento come questo, una delle poche cose che mi sento di poter fare senza pesi sullo stomaco è stilare una lista delle cose che vorrei, ché per fortuna sognare non è ancora a pagamento. Per ora.

#1. Vorrei poter stare sul divano con una birra e un cartone di pizza il martedì, il mercoledì, forse pure il giovedì, a guardare tutte le partite di Champions, il dopopartita e in simultanea quei programmi sulle reti locali  dove esagitati pseudo commentatori sportivi urlano e si insultano davanti a piccoli monitor producendo siparietti agghiaccianti. Vorrei farlo sentendomi con la coscienza a posto, come se importasse veramente, vorrei scaldarmi per gli errori arbitrali, cantare un paio di coretti razzisti, dare della puttana alla mamma di qualche giocatore. Vorrei farlo per non chiedermi il perché di molte cose, per guardare a mezzo metro dal mio naso, sentendomi fortunata e privilegiata nel possedere l’abbonamento a Sky e nel poter vedere tutte le partite in HD. Ottusa e felice.

#2. Vorrei, se possibile, rinascere prima del femminismo, così oggi vivrei con animo sereno impastando dolcetti e mettendo su il sugo alle sei del mattino, sfornando nidiate di figli – che a qual punto non avrebbero il problema dell’inserimento in un nido comunale- facendo l’uncinetto, rammendando calzini e attendendo silente e sottomessa mio marito che rincasa dal lavoro senza stressarmi a morte per trovare il mio posto nel mondo e aver passato anni ad emanciparmi in tutti i campi.

#3. Se dovessi per forza lavorare, vorrei poter accontentarmi di lavori saltuari e malpagati, di non avere diritti, di sentirmi porre domande come “Lei ha una relazione stabile e pensa di voler procreare di qui a breve?” in un colloquio, di dover lavorare in nero e sentirmi ancora grata, o di accettare serenamente chi mi dice che “questi sono tempi duri e dobbiamo adattarci, ma forse voi giovani non sapete cosa vuol dire la parola sacrificio”.

#4. Vorrei sentirmi rappresentata da almeno uno dei millantatori che quotidianamente promettono l’impromettibile, vorrei appuntarmi sulla giacca  la spilla del Movimento Cinque Stelle e pascolare con loro lobotomizzata come una pecora, scaldandomi a parole urlate e volgari da un comico-piazzista che mi ha promesso quindici minuti di celebrità e con cui finalmente sento di avere uno scopo nella mia inutile vita. Vorrei non ricordarmi dei totalitarismi del passato, dei leader carismatici e con deliri di onnipotenza che hanno trascinato il mio paese nel baratro e respirare con loro l’ aria della rivoluzione mediatica da tastiera. Vorrei credere nel mio profeta con la fiducia cieca e tarda dell’adepto di una setta e pensare di fare a qualcosa di grande solo perché condivido post al veleno pieni di niente sui social network.

#5. Vorrei vivere di frasi fatte e luoghi comuni cosicché la mia esistenza si potesse trasformare in un gigantesco metauniverso in cui ogni mia azione troverebbe una logica corrispondenza nel banale e tutto sarebbe finalmente e metauniversalmente giusto.

#6. Vorrei salvare i bambini dalle religioni, tutte. Vorrei dar loro la possibilità di poter usare la parola ”credere” solo se abbinata a esperimento e logica. Vorrei preservarli dall’ignoranza della paura, del senso di colpa, della curiosità limata ad hoc. Vorrei che ognuno di loro sbagliasse per conto suo e che trovasse anche solo una persona sul suo cammino che riuscisse ad instillare quei ragionevoli dubbi  che portano al conseguimento di una propria autonoma visione del mondo.

#7. E poi vorrei che le parole avessero ancora un senso. Che i libri avessero ancora un senso. Che l’arte avesse  ancora un senso. Insomma che la bellezza avesse ancora un senso.

(Per una corretta fruizione dell’articolo, ascoltate in sottofondo Wishlist dei Pearl Jam)

Il bianco della non esistenza

Sei morta che non avevo ancora sedici anni. Ti ho vista. Non sembravi una bambina,non sembravi  una  donna. Immobile e dispersa in chissà quale universo parallelo e senza  colori. Denudata e sterile come carne lasciata a marcire. La sala rianimazione  era un immenso parcheggio di corpi che non riuscivano a scegliere se andarsene o restare. Vi guardavo. Era uno spettacolo pietoso.

Galleggiavate vuoti e molli come lombrichi, come larve da laboratorio, senza dolore in quei crani sezionati, senza espressione, come bambini morti subito dopo il parto.

Forse è così che vi sentivate, legati ad un cordone ombelicale necessario ed elettrico, forse anche voi non avevate paura della morte, perché in quel limbo dove stazionavate non sapevate esattamente neanche di essere in vita.

Non lo eravate. Ai parenti lì fuori, piegati dall’angoscia, contratti e inebetiti da domande che sgorgavano incontrollabili, dicevano che vivevate, separati dalla vita vigile come da un velo di garza, ascoltavate i rumori, a volte persino roteavate gli occhi.

Ma io ti ho vista. Io quegli occhi li ho visti. Due palle da biliardo, troppo grossi, troppo sporgenti, che friggevano rendendoti simile ad un’indemoniata; pesci giganti che si contorcevano in un acquario dalle pareti anguste, occhi di pesce asfissiato, gonfi, che colavano liquidi senza versare una lacrima; ricordo di aver pensato che avevi gli occhi che si hanno come dopo un conato di vomito.

Vomito.

Quel corpo assolutamente fermo e inutile rendeva doppiamente inutile quel ridicolo tentativo di comunicare. Non lo era. Erano spasmi che la poca forza vitale ti concedeva, erano palliativi per noi lì fuori, non volevi dirci niente, non avevi da dirci assolutamente niente. Non sono neanche sicura che tu mi abbia riconosciuto, mimetizzata com’ero dalla mascherina, dalla cuffia per capelli, dagli indumenti sterili che indossavo sopra i miei maglioni sempre troppo lunghi. Mi nascondevo, mamma, e non sapevo di farlo. Iniziavo a sparire quando sparire voleva solo dire ritorno: a bambina, a insetto a cellula primordiale.

A spazio da colmare.

All’ inizio rimanevo dietro il vetro. Pensavo. L’odore di disinfettante, l’odore di morte preconfezionata. Lo respiravo tutto e me lo portavo a casa. Pensavo.

Che in realtà era sempre stato così con te. Che nulla era davvero cambiato. Le nostre vite non erano cambiate. Ti ho sempre guardata da lontano, a separarci lastre di mondi contrastanti e antitetici e il distacco indifferente e feroce  di due cani maschi costretti a condividere lo stesso territorio. I miei libri, le tue parole inconsistenti. Il tuo mondo terreno e le mie filosofie dell’anima. I miei scritti confusi con audiocassette e vestiti e disegni e matite colorate e scarpette da ballerina e compiti di scuola e sogni infranti e cocci di vita lacerata troppo in fretta e tormenti e amori finiti mai nemmeno iniziati e fotografie e lacrime e dimmi com’ero da piccola e dimmi com’eri tu mentre aspettavi di mettermi al mondo e come fai a dire disordine se  già fatico per non smarrirmi nella confusione che mi sgomita dentro come fai a parlare di sistemare le cose al loro posto se un posto non lo trovo neanche per me: un posto preciso, finito, piccolo, un posto che mi possa contenere tutta. E allora di nuovo carta e inchiostro e luce da tavolo accesa fino alle tre del mattino perché la notte mi aiuta a essere mamma la notte mi trascina e non sono più io forse è solo quel buio che cerco di trovare di nuovo forse è soltanto quell’ essere senza realmente esserci a separare dalla tua vita

la mia.

Mi hai regalato il mondo quando era tardi per regalarmi  te stessa perciò basta lamenti e insoddisfazioni basta urla e non riuscirò mai a capirti basta colpevoli e dita puntate contro perché di notte tu dici è tardi e io penso tardi per cosa? come se ogni sensazione ogni granello di polvere ogni terrore ogni luce negli occhi non avesse motivo di esistere come se l’infinito che stringo tra le mani come se il sangue che ho perso (perché è solo e sempre sangue quello che sento di perdere quando la vita mi stringe e mi comprime e mi invade di ciò che non sono capace di contenere e se qualcosa ti si allarga dentro puoi solo ferirti per espellerla e trovami uno che quando si ferisce non sanguina) come se la felicità di una stella nel cielo come se danzare non vorrai mica dirmi che vuol dire toccare l’inferno con le mani di Dio come se adesso spegni quella luce e dormi perché la notte è fatta per dormire ma è di notte che tu preghi Dio ed è di notte che io svanisco nel buio e che tutti

tutti

desiderano  sperano lasciano il freno stanno scomposti sognano

s o g n a n o

dove sono i tuoi sogni ora che non comprendi la luce ora che terra e acqua e materia e sostanza e vita e morte sono per te indistinti?

Dove sono i miei sogni ora che non sogno più ora che di notte sto sveglia più di prima perché di giorno non mi concedono di piangere e allora potevo solo trovare un sistema

ho iniziato a piangere nei sogni che non ho mai fatto con te ho iniziato a regalarti le lacrime lucide che nel buio si mimetizzano ho iniziato a perdermi per la voglia di trovare qualcosa e per trovarlo non potevo che perdermi dentro di me e per trovarlo non ho potuto che  smussare gli angoli ma quelli di dentro mamma e per trovarmi non potevo che cancellare il troppo ma quello di fuori mamma ho iniziato a desiderare di diventare desiderio speranza sogno

perché è questo che non ho mai fatto con te

diventare il tuo sogno o il mio se l’inconsistenza onirica può appartenere a due persone se l’inconsistenza fisica può diventare il tatto dell’anima se solo la notte fosse lunga abbastanza

abbastanza

abbastanza

abbastanza da ritornarti dentro abbastanza da desiderarmi troppo abbastanza per rivedere la luce del mio primo giorno che luce non fu perché scelsi la notte come alba della mia vita abbastanza per non vederti morire stanotte

non morirai

non morirai

non morirai

Non c’era più nessuna traccia di quell’acqua primordiale che aveva versato per osmosi la tua vita nella mia,  non esisteva più quel buio, quel sangue, quel latte.

Scaraventata nella luce, diventavo il bianco slavato della tua esistenza. E continuavo ad esserlo adesso, una sagoma ambigua di cui a stento potevi riconoscere il contorno di occhi sconnessi con il resto del corpo, con il resto di me, che dovevo sembrarti diafana e sfuocata come un’apparizione. Ma non c’era nessun profumo di fiori intorno, solo l’odore gommoso e denso della putredine. Nessuna schiera di voci beate, nessun organo a scandire la tua presenza e la mia, ma tintinnii metallici, rumori di monitor e ossigeno artificiale.

Dev’essere così che dietro quegli occhi inumani mi hai visto: come una madonna slavata.

Diventavo il bianco slavato persino della tua non esistenza.

non morirai

non morirai

non morirai

Sei viva.

Ed io continuo a inseguirti con parole su fogli di carta che probabilmente non leggerai mai, con parole smarrite nel vento senza eco di anni che mai più torneranno.

Né io con loro.

Né tu con me.

 

Mamma?

Lei

Esiste.

Sepolto dalla memoria dei sensi. Imprigionato sotto palpebre cucite senza ricordo. Incatenato in un cerchio perfetto,

in un destino incompiuto,

in una bellezza che non possiede contorni.

Nascosto nell’incanto ovattato che conduce all’oblio del principio.

Esiste.

Come pelle marchiata,

come strada dimenticata,

come pagina mal cancellata.

Scolpito da prima che la vita fosse vita per me, ne serbo l’impronta.

Parlo del tempo scandito da respiri senz’aria, da materia senza definizione, da gesti senza ombre, da battiti senza cuore.

Parlo del tempo in cui ero battito di cuore altrui.

E parlo di lei, che di me conservava memoria ancor prima di sapermi viva, di lei, che percepiva sospiri attutiti come sotto fondale oceanico, di lei che fu mano demiurga su sostanza in divenire.

Su sostanza inconsistente.

Su consistenza incompleta.

Fu la prima musica che udii, il primo calore a inondarmi e io interno nel suo interno fui creatura col suo passato, respiro rubato all’aria che soffiava per lei soltanto.

Viene a trovarmi in sogno talvolta, mentre tra le lenzuola sono animale addormentato, quando nascondo il viso e il corpo dagli spigoli aguzzi della vita che non ha mai smesso di graffiarmi, e lentamente ritorno lì, nel ricordo di me inconcreta, di me primitivo impulso, nel ricordo che può esistere solo al buio perché del buio si nutre.

Perché dal buio provengo.

Perché è esistito un momento in quel buio, in cui non ho avuto forma né dimensione.

Nel momento più bello della mia vita, ero viva senza occupare spazio.

Mi ha dato alla luce ventitré anni fa.

Le ho dato luce una notte d’ottobre, in un autunno algido che gelava le ultime foglie brunite su rami ossuti cristallizzandole in un attimo che per loro mai sarebbe tornato. Sono nata quando la terra è umida e sterile, e gli alberi denudati si stagliano contro lo scuro del cielo addormentati da una nenia stanca cantata da foglie secche sotto le scarpe.

Me le proibiva.

Mi proibiva le foglie.

Mi era proibito avvicinarmici, calpestarle, farne musica, raccoglierle.

Sono nata emettendo un solo vagito distratto, ocra e bruno negli occhi, crepitio di foglie secche nelle orecchie.

Parlo del giorno in cui ho cessato di esistere grazie ai suoi respiri, al suo calore, al suo cibo, il giorno in cui sono emersa dalle sue ferite ferendola nell’animo con un dolore più acuto e pungente della sua stessa carne strappata, del momento di sconcerto in cui ha lucidamente realizzato di avermi generato, di aver creato qualcosa che avrebbe preso il suo posto nel cuore di mio padre.

Dicono che sono nata con gli occhi spalancati, di fronte al suo sgomento e a quello dei parenti accorsi, dicono che mi sono guardata intorno circospetta sotto le luci asettiche dei neon, come a voler capire dove mai fossi approdata.

Falso.

Era solo il primo disperato tentativo di scorgere le mie foglie, e colui che mai me le avrebbe negate.

È difficile decidere cosa guardare quando è l’infinito che ti si spalanca davanti. È difficile persino capire che stai per vedere qualcosa. Il mio qualcosa fu un qualcuno e quel qualcuno fu

lei.

La vedo giacere disfatta tra pieghe di lenzuola intrise di sangue,

tela ruvida d’ospedale diventata sindone,

sangue di puerpera ritornata vergine,

in quegli attimi di intensa vibrazione che l’ hanno resa sgomenta di fronte al suo stesso infinito sconvolgimento.

Nuda e muta di fronte a me, fino a quell’istante murata viva nella sua carne, nuda e inerme davanti al mondo, tentazione seducente e malsana a cui temeva presto avrei dovuto cedere.

Forse era un maschio che voleva. Forse, semplicemente, voleva qualsiasi cosa fosse diversa da me, nel rendersi conto che mai avrebbe potuto plasmarmi.

Ho occhi a mandorla che né lei né mio padre mi hanno prestato e un indole caparbia e ribelle, a cui mai sarebbe riuscita a rassegnarsi. Non so se fu per disperazione o rassegnazione o un misto di sentimenti che iniziò a vestirmi da maschio, a tagliarmi i capelli, a parlarmi senza dolcezza, ma lo fece con la rabbia feroce di chi si ostina a perseguire un ideale che già ha il sapore del fallimento.

Non c’era amore nei suoi gesti, né fierezza nei suoi occhi.

Lei fu un’artista e tardi si accorse che la sua opera era lontana dal  mentale progetto iniziale e  che meno di nulla ne avrebbe conservato.

Quel progetto è rimasto imprigionato nella sua mente ed io ho dato forma all’unico concetto che mai avrebbe aspettato, forma concreta e visibile di ciò che lei vede quando pensa alla parola: sconfitta.