Fino a che vorremo

Ho fatto chiarezza, stamattina, sul fondo della tazza di caffè. Ci ho trovato l’impronta dei tuoi sguardi, che non mi lasciano mai. È come dici tu: so quando mi guardi, anche se sono voltato da un’altra parte.

Tutte le volte?

La maggior parte.

So descrivere il vuoto così bene che quando scompare scompaio con lui. Non siamo mai pronti per le cose colme, il pieno è un territorio sconosciuto ai malinconici. Ho così piene le mani di quello che sei, e la testa, ed il cuore che il vuoto diventa materia imperfetta per tre quarti del nostro tempo.

Un quarto lo tengo per me.

Quel quarto lo dedico a te.

Io che non credo al destino non lo so se ti amerò per sempre. Non te lo prometto, all’ombra di questa linea spezzata di pieni e di vuoti. Nessuno di noi lo conosce ma chiunque ne parla, con l’arroganza ottusa degli speciali e dei diversi. I prediletti dal dio del per sempre, in genere, si schiantano tristi contro i lampioni a bordo strada della verità.

Io non ti giuro amore eterno. Non sono più fatta per le illusioni facili, per i sogni infranti, per gli specchi che non rendono indietro che immagini distorte. Io sono fatta dell’imperfezione della contingenza, di rincorse a perdifiato e del respiro attutito della tregua. È breve, come la consapevolezza delle vite congiunte, e per questo è mia.

Io sono fatta di geometrie e angoli, in cui nascondere il riflesso di tutte le  vite che ho vissuto. Io sono mia e di nessuno in particolare, sono tua e tua rimango, fino a che vorremo. Perché è questa la sottile differenza tra gli eletti e i prediletti, tra il sapere e lo sperare. Io sono tua finché l’abitudine vivrà fuori da quella porta, finché il lento declino di giorni tutti uguali riusciremo ad evitare. Tu sarai mio fino al giorno in cui continuerò a ridere delle tue domande irriverenti, fino a che il nostro letto sarà il teatro dell’assurdo di quei prediletti che si credono eletti. Le nostre risate contro le loro certezze.

Indovina chi sgretolerà cosa?

È per questo che non posso prometterti nessun per sempre. Che non spero. Che desidero e non ti illudo. Che vivo di un attimo alla volta, nella disperazione feroce della felicità. È breve, come la durata del sonno di chi ama, e per questo è mia, ma soprattutto nostra. Perché quando esci da una stanza io mi sento venir meno e ricordo perfettamente ogni tua parola, come hai mosso un braccio e quale angolo ha formato la curva della tua schiena. Perché quando non ci sei è il mio quarto, e io lo dedico col pensiero a te. È breve e so che tu fai lo stesso, e per questo mi sveglio tutte le mattine sul ciglio di una nuova intersezione delle nostre strade. Moltiplicare per dividere, aggiungere per sottrarre. È una matematica che conosciamo soltanto noi, manchevole del concetto di infinito. È geometria delle imperfezioni, destinata a vivere della nostra presenza.

Io non sono fatta per guidare o per seguire, ho bisogno di correre e di farlo senza un ruolo, di farmi venire il fiatone e poi ridere, fino a farmi esplodere i polmoni. Io non so se l’eternità si trova nei frammenti, nelle schegge, nella totale disattenzione dal reale. Non so se la spontaneità ci salverà, se questa libertà ha comunque un’etichetta, da qualche parte, che ancora non vediamo. So che bastarsi e bastare all’altro è un’utopia e le utopie sono ideali senza forma e spazio in cui esser circoscritte. So che io e te siamo reali, e anche se tutto mi appare sfocato, sullo sfondo di qualunque paesaggio tu ti inserisca, io so che ci sei e ci siamo.

Fino a che vorremo e fino a che vorrai,  il mio quarto – col pensiero-  lo dedico a te.

Per sempre

È andata come vanno in genere queste cose. Tu che piano scivoli via. Gli sguardi che non si ricordano, trasformati in  ricordi che non hanno più specchi in cui riflettersi. È andata che non hai saputo o voluto, è andata che ho sperato.

Un giorno che era notte abbiamo respirato il per sempre. Come di un cibo buono ci siamo saziati ingordi, e chiudendo gli occhi abbiamo accatastato provviste buone per domani e domani ancora. Siamo stati il nordovest del mondo, quelli che non si preoccupano se domani mangeranno o meno, la parte sconsiderata dell’amore puro, che non sa guardare avanti e vede solo l’adesso. Quello che non sapevamo è che il per sempre nutre male, è un dessert  per gli insaziabili, che arriva  alla fine quando in verità non hai più fame ma c’è ancora posto. Vedi? C’è sempre posto nello stomaco di un amore per due parole così.

Il mio stomaco e  il tuo, stretti in una  morsa mortale. Le mie costole contro le tue, cercavo quella che manca e ritrovavo un numero uguale sul tuo corpo. Non capivo. Alla fine smettevo di cercare le nostre differenze -le mie dita erano il doppio, le tue mani svanite-  e confusa  brancolavo sfinita dentro il tuo abbraccio, era  quello per me il per sempre.

Sono passati così i giorni e gli anni, avevamo scatole zeppe di ciarpame raccolto  nei viaggi, io mi sporcavo ancora  le mani di colore, cercavo i tuoi occhi , ricevevo qualcosa e non sapevo cos’era. È andata che piano abbiamo smesso di nutrirci, tanto ce n’è ancora, dicevamo, tanto ci basta, dicevamo.  Se ci penso adesso, è uno spazio infinito di promesse postdatate, di abbracci  mancati -magari dopo, pensavi, magari dopo- di momenti incatenati a momenti senza un filo che li tenesse stretti. Il per sempre  si era stancato di noi, ci aveva escluso senza che potessimo far niente.

Me la sono raccontata così, alla fine, quando le rovine di noi marcivano fumanti come ruderi nel nostro dopoguerra. Me la sono raccontata così nei sogni, non negli incubi, i miei incubi erano un confine in cui non sapevo della  tua esistenza, una landa più desolata ancora. Ho dovuto usare parole che odiavo mischiate a verità di comodo –è così che vanno le cose, guarda gli altri, quelli felici, nessuno è felice davvero- e ogni  giorno mi tornava in mente l’incipit di Anna Karenina, quelle parole erano lame che usavo per continuare a sanguinare. Le conosco a memoria e mi si rompe sempre qualcosa dentro, perché sempre le dico come una preghiera. Tu sei al confine del letto e distante, ugualmente infelice a modo tuo.

È andata come vanno le cose se ci dimentichiamo di loro. È andata che il sogno ce lo siamo scordati in un cassetto, di qualche altra casa, non di questa. È andata che la fine arriva inesorabile, non importa quanti per sempre uno dica in una vita.

Quello che rimane è che quando mi stringi le mani io conto ancora le dita come se fossero il doppio e so che sai che non riesco a  smettere di farlo. Quello che rimane è che a un per sempre bisogna ancorarsi , fosse anche uno soltanto.

Vedi? C’è spazio per il  dolce, alla fine. Sempre.