Il silenzio è un vuoto pieno

Un contenitore di cristallo che tiene insieme momenti che non hanno paura di scivolare via. Perché le parole sono di tutti, e le idee di pochi, e non ci sono battaglie vinte, a parole, che possano competere con la struggente bellezza della spontaneità del silenzio.

I corpi, invece, loro non tacciono mai. Vibrano, come diapason impazziti, anche a riposo, scomposti dal sonno. Cosa dice il silenzio del mio corpo? Vorrei guardarmi da fuori, ogni tanto, per carpire la mia immagine da dentro i tuoi occhi, che invece, non tacciono mai. Vorrei toccarmi con le tue mani, almeno una volta, per riempire questo vuoto di sensi che sento solo io. L’incompletezza dell’essere riempita dal vuoto dei nostri silenzi, per il quale nessuna parola sarebbe abbastanza.

Gli attimi condivisi diventano sinestesie improvvise: le pareti di una stanza fanno rumore, se tacciamo per un tempo abbastanza lungo. I contorni delle cose non svaniscono, assumono consistenze penetranti, fili d’acciaio nel burro. Io penso a colori il più delle volte e poi devo desaturare quello che dico, per farcelo stare nel mondo, perché la voce sincopata dei miei pensieri si abbini con quello che c’è fuori.

Ma nel silenzio, vedi, tutto questo non esiste. Esistono solo frammenti disossati di tempo e spazio, vuoto-pieno-vuoto, che nessuno sente la necessità di riempire, che a nessuno verrebbe in mente di violare. È una libertà concessa a pochi, allo stremo delle forze. Il vuoto pneumatico di una concentrazione di intenzioni.  Non ci sono bisogni, né sacrifici, e nemmeno dolore. C’è soltanto la sensazione che tutto sia, finalmente, nel posto in cui debba stare. La meraviglia di stelle su un soffitto, il sapore sotto la lingua di tutti gli oceani del mondo.

Quando non c’è niente da dire. Quando il rumore di fondo è tutto quello che si possa desiderare. Quando niente basta e avanza e perciò tutto avanza.

E basta.

Lo squarcio di un sorriso diventa universo. La polvere che entra da una finestra è mondo in miniatura. Senza rumore.

Ho imparato dal silenzio l’egoismo della sopravvivenza. Il concedermi sempre qualcosa che non possa essere spiegato. Murarmi viva nella mia stessa carne per sconfinare poi nello splendore conflagrato della solitudine. Ho imparato dal silenzio l’empatia per le persone. I loro ecosistemi di segni e verbi, le loro mancanze manifeste, i vuoti assordanti nelle trame delle loro azioni. Riempire-svuotare-riempire. Il finire per non esserci affatto, essendo troppo occupati nel processo. Accendi la radio, la tv, parla, comunica, sovrasta qualcuno con un suono più forte. Grida ancora una volta, alzati in piedi. Dove non  arriva il rumore, che arrivi la materia, quello che sei, l’altezza dalla tua testa ai tuoi piedi.

Guarda il tuo pugno serrato quando hai finito.

Aprilo.

Scopri che quello che stai stringendo è il vuoto.

Perciò, quando trovi qualcuno che non ha necessità di riempire tutto, quando puoi chiudere quella cazzo di bocca e condividere il silenzio in santa pace– per dirla con Mia Wallace- non farlo andare via.

L’assenza di suoni- per me- è il mastice delle esistenze affini.

Forse solo il silenzio esiste davvero. (José Saramago)

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Tanatosi o della Non Assunzione di Responsabilità.

Nel mondo animale è chiamato Tanatosi, dal greco “thanatos”: “(θάνατος): è un comportamento che alcune specie adottano sia quando si sentono minacciati (difesa) sia quando si trovano in situazioni in cui devono mostrare aggressività (attacco).

È diffuso negli insetti ma è presente anche in ragni, anfibi, rettili, uccelli e mammiferi e  consiste nella simulazione di uno stato di morte apparente, con sospensione totale dei movimenti, accompagnata a volte dall’esposizione delle parti ventrali e dall’apertura della bocca; alcuni rettili poi, espellono liquidi maleodoranti simili al caratteristico odore che ha la carne in putrefazione.

In ultimo, la tanatosi è utile ad alcuni pesci per predare, anziché salvarsi.   Si adagiano  sul fondo sedimentoso del mare ed assumono una colorazione a macchie; in tal modo, gli animali “spazzini” che si cibano di pesci morti si avvicinano, ma restano vittime dell’attacco.

Essendo l’uomo un mammifero e non essendosi evoluto quanto basta, a mio avviso, da maturare comportamenti di difesa e attacco propri,  il discendente dell’ Homo Sapiens ricorre spesso e volentieri alla tanatosi , in genere in momenti in cui la sua vita non è assolutamente minacciata.

La tanatosi umana è riconoscibile da piccoli ma importantissimi fattori: spessissimo è associata all’ottundimento sensoriale provocato da alcol, droghe,  sonno o dall’astenia (sensazione generalizzata di stanchezza).

Abbiamo tutti un amico, un fratello o una sorella, un genitore o un partner che, in momenti di stress fisico o emotivo  si tanatosizza per bene sul divano, non parla, non comunica (secondo lui), riduce le funzioni vitali al minimo e in genere sfodera l’arma segreta: lo sguardo da cane bagnato. Tipo che tu sei lì che  attraversi una stanza e lui tac,  ti spara in faccia lo sguardo melenso e vittimistico  tipico del canide che è rientrato in casa infangato dopo aver scorrazzato nell’aiuola sotto casa. A quel punto tu, padrone del cane, in genere ti intenerisci, tiri fuori la voce più idiota che possiedi e lo coccoli a suon di “non ti preoccupare amore della mamma”. Di solito, dopo  “amore della mamma” il cane bagnato percepisce in voi la resa ma per coerenza non può  permettersi di ritirare il suo aspetto dimesso.

Possedendo L’Homo Sapiens Tanatosizzatus un cervello lievemente più evoluto del canide, sa che il meccanismo può esser ripetuto infinite volte con infinite varianti. C’è una decisione che non riesco a prendere? Tanatosi sul divano con birra.  Il mio lavoro mi fa schifo però non lo lascio? Tanatosi  associata a lamentosi. La mia storia è finita da un pezzo e la quotidianità è tenuta in vita artificiale dall’inerzia? Tanatosi  multipla con sonno letargico et voilà, il giorno dopo si ricomincia con la stessa merda. Da capo. Forever.

La regola  fondamentale della tanatosi  (affinché sia tanatosi reale) è quella  universalmente riconosciuta del Fight Club, ovvero : Non Si Parla della Tanatosi.

Mai. Never.

Se per caso vi venisse mai in mente anche solo di accennare al tanatosizzato che si sta inequivocabilmente tanatosizzando, beh, non è vera tanatosi. Come in natura ad azione corrisponde reazione e la reazione non rientra nel vocabolario del soggetto che stiamo analizzando. Quindi, per riassumere: tanatosi+ sguardo da cane bagnato+ complice che regga il gioco. La tanatosi del regno animale non funzionerebbe se qualcuno non ci cascasse ed è proprio lì che il tanatosizzato fa leva,  su quello che conosce benissimo: il silenzio assenso.  Finche avrà al suo cospetto altri Homo Sapiens che non sollevano argomenti o questioni il ciclo si ripeterà uguale a se stesso. E sapete perché? Perché funziona. Perché ci caschiamo. Perché lo facciamo rientrare in quel contenitore con sopra l’etichetta normalità. Perché a volte persino  li comprendiamo.

Quello che sappiamo e che ci intenerisce  è che questo è un espediente di difesa.

Quello che dimentichiamo è che può essere usato per attaccare.  In silenzio.

Silenzio assenso. Il cerchio si chiude.

piccole cose#15

I giorni in cui i bambini mi svelano le infinite potenzialità del materiale umano.

Un pomeriggio, dopo aver riflettuto a lungo, uno di loro mi ha detto: “Vedi, io preferisco le cose che vivono. Quando hai qualcosa di nuovo,un giocattolo o un telefono, beh, sei felice due, tre, massimo quattro giorni. Io, il mio  cane ce l’ho da tre anni e sono sempre felice come il giorno in cui l’ho portato a casa.”

In genere poi c’è silenzio, perché di più bello non so dire niente.