Il destino delle lenzuola

Il destino delle lenzuola è uno e multiplo di se stesso: aggrovigliarsi ai corpi come solo i ricordi sanno fare. Amarti fino al mattino e poi abbandonarti, amarti ancora e poi lasciarti, ma solo fino alla prossima notte di cui non si potrà fare a meno.

Il mio destino è racchiuso nel cerchio perfetto delle tue mani che non mi lasciano scampo. Mai. Cado lentamente dentro il tuo letto solo per  farmi strangolare -ancora- da una morte dolcissima e sensuale, da un rumore di lenzuola scivolate a terra. Il respiro artificiale delle nostre notti, delle mie albe e di tutto ciò che può contenere il tempo, in mezzo.

Perché poi è tutto lì, bloccato nella ferocia implacabile di pelle incollata su pelle, di cuscini scaraventati negli angoli, di stanze della mia mente che non ti lasciano andare via. Il mio destino è uno soltanto, antitetico e antipodico a quello delle tue lenzuola, perché io non mollo la  stretta del tuo pensiero mai. Perché io non riesco ad amarti fino al mattino soltanto e poi come niente fosse lasciarti sgusciare verso il giorno che avanza. Perché io non peso niente, come dici tu, che misuri il mondo in grandezze per me sconosciute. L’impronta che lascio è poca, fuori, rispetto al marchio a fuoco vivo che ho impresso dentro.

I nostri viaggi sono fatti di arrivi e fermate su superfici orizzontali, di occhi chiusi e bocche spalancate, di ore di luce e buio che si confondono come in un acquario. Le nostre mete hanno vita effimera e il sapore dell’eterno, sanno di sudore condensato e lacrime.  Posso aprire una fessura tra le palpebre e intuire i contorni delle tue lenzuola, sempre. Come se mi osservassero, sfinite  e inutili. Se avessi la forza le strapperei e ti ci benderei, per renderti sfinito e inutile,  ma non è quello il loro destino. In un mondo perfetto si arrampicherebbero sul mio corpo come edera, comprimendo i miei punti vitali per continuare a vivere. In un mondo  estremamente perfetto avrei radici rampicanti come loro, in grado di sopravvivere a qualsiasi tempesta.

Ma il mondo visto attraverso le tue lenzuola è perfetto in sé e per questo tu di notte mi stringi come se niente importasse di più e allora io mi trasformo nel muro su cui ti aggrappi, mentre i sogni ti si accalcano in testa, dietro il buio dei tuoi occhi chiusi. Me li racconterai in una frase al mattino -la mia favola del buongiorno- mentre sguscio via,

implacabile,

verso il giorno che avanza.

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Miopia di una generazione

Da grande, mi dicevano, farai quello che vuoi, non adesso. “Finché vivi sotto questo tetto” e compagnia bella.

Questo succedeva negli anni Ottanta di un altro secolo, quando per me e quelli della mia generazione diventare grandi voleva dire due o tre cose: trovare un lavoro, andare via di casa, magari sposarsi. In genere, in ordine sparso.

Allora ce ne siamo andati- qualcuno prima, qualcuno molto dopo- a cercare di costruirci la fortuna sotto tetti altrui, a cercare di diventare qualcosa, ognuno con il suo motivo, la sua testa farcita di sogni e speranze, le sue  due o tre parole in ordine sparso.

Studia, mi dicevano, ché senza un diploma dove vuoi andare. Vai all’università, mi dicevano, ché i tempi cominciano a cambiare. E  magari impara l’inglese, continuavano, perché può darsi  che un giorno dovrai partire.

Noi studiavamo e imparavamo l’inglese, lavorando nel frattempo,  e andavamo avanti come muli, senza stanchezza, senza paura, con lavori di merda e i soldi che non bastavano. Ma cambierà – ci dicevamo – è solo un momento- mentivamo-. Siamo cresciuti così, con un mantra nelle orecchie a cui non riuscivamo più a credere. Ma c’era l’affitto da pagare e non ci pensavamo.

Intanto la nostra classe politica ci derideva, ci sbeffeggiava, il paese crollava sotto i colpi dell’ingiustizia e dell’inganno, cominciavamo a temere il futuro, qualcuno di noi non lo vedeva più.

Qualcuno di quelli è impazzito, qualcuno è partito. La maggior parte teneva duro, tra frustrazione e angoscia, nell’ostinazione feroce della sopravvivenza. Io ripensavo ai miei genitori, ai loro lavori facili guadagnati con poco sforzo negli anni addietro, quando tutto si poteva fare, bastava impegnarsi anche poco, bastava un pezzo di carta anche piccolo.

Pensavo a loro mentre mi dicevano che ero fortunata ad esser nata negli anni Ottanta, senza la fame, senza l’emigrazione, senza gli scioperi per ottenere qualche diritto. Ci pensavo mentre facevo due lavori e studiavo, cercando di fare al meglio ogni cosa, con la loro generazione che ci accusava di non accontentarci mai. Pensavo a me e a mio fratello, nati e cresciuti da un padre e una madre  giovani e pensavo ai mei figli che non sarebbero nati, o che sarebbero nati quando sarei stata vecchia e satura di qualsiasi cosa.

Perché anche noi figli di questa generazione ci siamo innamorati, un giorno, e siamo andati a vivere insieme- convivere, dicono loro, e mentre lo dicono storcono il naso- con ancora brandelli di sogni e speranze riposti da qualche parte, con ancora voglia di fare nonostante gli schiaffi in faccia- perché il futuro ce l’andremo a prendere, ci raccontavamo -nonostante le vostre parole, nonostante tutto.

Siamo qui, e abbiamo tutti più di trent’anni. Ci  avete ingannato.

Ci avete insegnato a restringere il campo sempre un po’ di più, a guardare a breve distanza, ad accontentarci di arrivare a domani. Siamo qui e abbiamo più di trent’anni. Il futuro lo vediamo poco e sfocato.

Avete regalato la miopia alla nostra generazione.