E invece io

C’erano molte cose che avrei potuto fare e molti modi in cui avrei potuto sentirmi. Avrei potuto piangere, e molto. Forse, in casi come questi, bisognerebbe piangere. Sui propri fallimenti, sulle proprie paure, sui sogni infranti che scivolano via come cocci di vetro scagliati lontano. Riverberano al sole e moltiplicano riflessi iridescenti, ma ormai non ci sono più io a potermene accorgere.

Non c’è più nulla di tuo in questa casa. I condizionali che usi li ho ingoiati a colazione. Fuori sembrava dovesse piovere sulle nostre disgrazie banali e invece no, mentre il giorno si trasformava nel conato di una tristezza non più tale.  L’arte di farsi trapassare la carne la conosco molto bene, me l’hai insegnata tu, che non avevi paura degli aghi ma nascondevi i piercing a tuo padre.

L’arte di farmi a pezzi, invece, te l’ho insegnata io, un po’ alla volta ma senza dartene controllo. Una Sylvia Plath un po’ più triste e meno ispirata si aggirava negli androni deserti della tua vita, trapassata dalle azioni e dagli  sguardi. Vetro.

C’erano molti modi in cui uno poteva sentirsi, nel simulacro imbruttito di quella che era stata una casa, camminando a piedi scalzi tra i ricordi, il dolore, la gioia e il sollievo, mentre il giorno non ne voleva sapere di finire. Avrei dovuto essere arrabbiata, straziata, ferita, triste o qualcos’altro, che adesso però, non ho parole per spiegare.

E invece io

quella sera

mi sono messa a ballare

nelle stanze vuote.